Archive | aprile, 2010

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Twittando da Perugia, per l’IJF2010

Postato il 21 aprile 2010 da Alessio Baù

Da oggi fino a domenica sono a farmi coccolare dalla piccola Perugia, in occasione dell’International Journalism Festival.

Seguirò convegni, incontri, workshop sui temi dell’informazione, della comunicazione, dell’editoria, dei social media e non solo. Se siete lontani, volete restare aggiornati e avete voglia di ascoltare i miei twit, mi leggete su http://twitter.com/alessiobau.

Se anche voi siete a Perugia fatevi riconoscere, mi raccomando.

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Solci e vino, rima baciata

Postato il 17 aprile 2010 da Alessio Baù

Il vino richiede sensi accesi e allenati. Ogni suo profumo ha un nome, che spesso riposa nei ricordi e, pigro, fatica a saltare alla mente. Siamo disabituati a usare l’olfatto, perché analizziamo tutto puntando gli occhi. Invece, il vino, chiede una mente fluida e dei sensi ritti, tutti a fuoco. Tante sorprese si scoprono così.

Come si allenano i sensi? Con l’esperienza. Prima ancora, con gli strumenti critici che traducono e affinano l’esperienza. Qualcuno di questi strumenti, per capire il mondo del vino, me lo ha raccontato Piero Solci. Ho frequentato un piccolo corso da lui diretto, di cinque lezioni, con alcuni colleghi.

Piero ha un cognome importante, a Milano: la sua famiglia è considerata una istituzione nel ramo dell’enologia.

In via Morosini 19, infatti, sorgeva l’Enoteca Solci. Se ci sono dei luoghi dove la socialità è calda e spontanea, certo sono quelli del buon mangiare e del bere, e anche per questo l’enoteca Solci la conoscevano tutti. La sua chiusura, nel 2007, ha fatto notizia.

L’attività dei Solci nel settore del vino era nata nel 1938, grazie al padre di Pietro e Luigi, Cesare. È stato merito suo se i figli sono diventati dei professionisti dell’enologia: lui, quando erano ragazzi, li ha indirizzati verso studi di settore che, al tempo, ben pochi seguivano. Così Angelo è diventato enologo, Piero perito agrario, specializzato in biochimica.

Grazie al lavoro dei due fratelli succeduti al papà, nel corso degli anni ’70 l’Enoteca Solci è diventata popolarissima: disponeva di 1500 vini, sparsi in 600 metri quadrati, distribuiti su due livelli. Negli anni 90′, il locale ha aggiunto un wine bar, che aveva, fra gli avventori, personaggi del mondo dell’imprenditoria e del teatro. Angelo e Pietro sono anche stati i primi a creare in Italia dei corsi per diventare sommelier.

Oggi continuano a sperimentare le magie (e la fatica) del vino con la produzione della propria azienda vinicola, la Solci’s.

Passato e presente camminano dunque su un ponte di comuni esperienze pratiche, personali e al contempo condivise. Il primo insegnamento che serbo di questo incontro con Piero Solci è che il luogo migliore dove conservare un vino è uno: la memoria.

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Chiacchiere Fuorisalone

Postato il 16 aprile 2010 da Alessio Baù



[Fuorisalone di ESTERNI: in via Vigevano installazioni per ripensare lo spazio pubblico]

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Le mura di San Vittore non parlano più

Postato il 08 aprile 2010 da Alessio Baù

Fino a pochissimi anni fa le mura esterne del carcere di San Vittore parlavano un linguaggio tutto loro, costruito da parole e disegni.

Per metri e metri, lungo piazza Filangieri, queste mura (casa per circa 1400 detenuti) facevano da messaggero, in qualche modo, fra esterno e interno, in un dialogo a tratti misterioso, di sicuro aspro, solcato da promesse e invettive, minacce e speranze. Quasi inspiegabilmente, vista la presenza costante del personale di vedetta, questa dialettica ha proseguito il suo corso per anni e anni, con le pareti esterne di San Vittore a fare da carta ruvida per gli spiriti più diversi.

Periodicamente le mura venivano ripulite, ma mai integralmente o definitivamente: alcuni segni sparivano, altri invece rimanevano, in uno strano equilibrio non dichiarato e francamente complesso da comprendere sino in fondo, ma che, di fatto, resisteva, rendendo quelle pareti vive: con occhi, orecchie, braccia. Erano testimoni di vite e tensioni. Le trovavo sensate, per quanto violente; trovavo sensata la loro esistenza.

Poi, l’amministrazione guidata dal sindaco Letizia Moratti ha impugnato bellicamente la causa anti writer: nel contesto della campagna “I lav Milan”, anche le mura di San Vittore hanno perso quella voce. Una città pulita piace a tutti, questo è sicuro. Ma quelle premesse hanno avvallato azioni fortemente criticabili. È di questi giorni la notizia del via al processo penale (sì, l’anno scorso sono state inasprite le pene per il reato di imbrattamento, articolo 639 del codice penale) contro il writer “Bros”, conosciuto a Milano per i suoi murales urbani, considerati di forte interesse artistico. Il comune si è costituito parte civile, accusando “Bros” di aver realizzato graffiti abusivi sui alcuni edifici del centro, fra cui proprio le mura esterne del carcere di San Vittore. Chiedo: sotto quale lente vogliamo parlare di decoro, di scelte di pulizia e funzionalità?

La notizia del processo a “Bros” mi ha fatto ritornare alla mente proprio quelle mura. Certo rappresentano un caso estremo ma le riflessioni, su questo di cui scrivo, sono tutto sommato mancate.

Nel 2007, un collettivo molto interessante di artisti di Milano, Alterazioni Video, ha realizzato un lavoro proprio dedicato alle parole di San Vittore. Si tratta di una lunga carrellata video, “Painting” (pittura o scrittura, dunque?), che testimonia la progressione di questa evoluzione e involuzione di scritte, censure, scritte, censure. Lo potete vedere cliccando qui. Surreale, nel suo essere crudemente reale.

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Ritorno in città

Postato il 05 aprile 2010 da Alessio Baù

[Un edificio degli ex mercati comunali di Milano]

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3 parole notturne, per non avere paura

Postato il 01 aprile 2010 da Alessio Baù

Un paio di notti fa sono tornato verso casa a piedi. L’orologio batteva la una e l’attesa per il tram era troppo lunga per rimanere immobile lì, alla fermata, ad aspettare, solo. Ho messo in moto le gambe e attraversato parco Largo Marinai d’Italia, che separa la zona di corso XXII Marzo dal quartiere dove vivo. A tre passi dalla Casa della Poesia (un bellissimo edificio della cui storia spero di dire più in là) ho intravisto tra gli alberi sporgenti sul vialetto principale un uomo incappucciato. Aveva una giacca a vento verde, sbiadita; forse uno straniero.

Rifiuto la (non-)logica che vede negli extracomunitari un motivo di insicurezza per le nostre città; la strategia dell’emergenza (“emergenza sicurezza”) è figlia di basse manovre politiche: mi preoccupa e ne ripudio le premesse.

Eppure, quella sera, io, con tutte le mie convinzioni sulle spalle, ho deviato il percorso. Le mie gambe hanno cercato una scorciatoia per evitare di incrociare una persona, uno straniero, che non conoscevo, lì, in quel posto, all’una di notte, solo. Ho preso la via più breve salendo sul gradino dell’aiuola. Quasi un riflesso incondizionato, rapido.

“Non avere paura”.

Mi ha detto così. 3 parole. Anche se non ero sicuro di aver capito bene, all’inizio. Così mi sono voltato e l’ho visto in faccia. “Come?” gli ho chiesto. “Non avere paura. Non sono un rumeno”. E con una mano si è tolto il cappuccio a punta. “Non sono un rumeno”, dicendolo come a volersi mettere dalla mia parte, per rassicurarmi. Aveva la pelle color nocciola e una bottiglia di birra in mano. Gli ho risposto: “Non c’è problema”. Era un ragazzo nordafricano.

“Hai visto che ha vinto Bossi?”, mi ha detto. Era il martedì dopo l’annuncio dell’ultimo successo elettorale della Lega Nord. “Sì”, ho risposto. E “mi spiace”, ho biascicato, irrigidito.

Come rispondere a chi ti mette di fronte a un limite? A quello spettro che eri sicuro di non ospitare? Avevo deviato il percorso. Io, con le mie convinzioni. Ragione, istinto, propaganda.

“Sono arrivato in Italia nel 1994, quando ha vinto Berlusconi per la prima volta”, ha ripreso. “Poi Bossi ha fatto cadere il suo governo e ha fatto manifestazioni in cui lo chiamava ‘mafioso’. Me lo ricordo: ero qua. Oggi governano assieme. È strano”. L’analisi era semplice. Lucida. Ho prestato ascolto e mi sono avvicinato. Ho cercato di dargli il mio tempo; lo spazio, questa città, era già di tutti e due.

“Ho vissuto a Parigi per diversi anni, prima di venire qui: lì ci sono persone di tutte le etnie, mischiate. Qui… qui tutto è colpa degli stranieri. Dei rumeni. Dei marocchini come me. Ogni stupro. È stato un marocchino. Ogni furto. È stato un marocchino. La gente pensa così. Bossi ha vinto le elezioni. Tu voti Bossi?”.

Ho condiviso con lui pochi minuti e poche battute. Abbiamo riposto la nostra fiducia nei bambini che oggi, a scuola, crescono assieme, colmando tutte le lacune della società italiana sui temi dell’integrazione con i gesti semplici della quotidianità. Il loro esempio è la più umana delle risposte.

Ho proseguito verso casa pensando che avevo fatto bene a non prendere il tram.

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