Parco di Largo Marinai d'Italia, Milano

3 parole notturne, per non avere paura

, 1 aprile 2010

Un paio di notti fa sono tornato verso casa a piedi. L’orologio batteva la una e l’attesa per il tram era troppo lunga per rimanere immobile lì, alla fermata, ad aspettare, solo. Ho messo in moto le gambe e attraversato parco Largo Marinai d’Italia, che separa la zona di corso XXII Marzo dal quartiere dove vivo. A tre passi dalla Casa della Poesia (un bellissimo edificio della cui storia spero di dire più in là) ho intravisto tra gli alberi sporgenti sul vialetto principale un uomo incappucciato. Aveva una giacca a vento verde, sbiadita; forse uno straniero.

Rifiuto la (non-)logica che vede negli extracomunitari un motivo di insicurezza per le nostre città; la strategia dell’emergenza (“emergenza sicurezza”) è figlia di basse manovre politiche: mi preoccupa e ne ripudio le premesse.

Eppure, quella sera, io, con tutte le mie convinzioni sulle spalle, ho deviato il percorso. Le mie gambe hanno cercato una scorciatoia per evitare di incrociare una persona, uno straniero, che non conoscevo, lì, in quel posto, all’una di notte, solo. Ho preso la via più breve salendo sul gradino dell’aiuola. Quasi un riflesso incondizionato, rapido.

“Non avere paura”.

Mi ha detto così. 3 parole. Anche se non ero sicuro di aver capito bene, all’inizio. Così mi sono voltato e l’ho visto in faccia. “Come?” gli ho chiesto. “Non avere paura. Non sono un rumeno”. E con una mano si è tolto il cappuccio a punta. “Non sono un rumeno”, dicendolo come a volersi mettere dalla mia parte, per rassicurarmi. Aveva la pelle color nocciola e una bottiglia di birra in mano. Gli ho risposto: “Non c’è problema”. Era un ragazzo nordafricano.

“Hai visto che ha vinto Bossi?”, mi ha detto. Era il martedì dopo l’annuncio dell’ultimo successo elettorale della Lega Nord. “Sì”, ho risposto. E “mi spiace”, ho biascicato, irrigidito.

Come rispondere a chi ti mette di fronte a un limite? A quello spettro che eri sicuro di non ospitare? Avevo deviato il percorso. Io, con le mie convinzioni. Ragione, istinto, propaganda.

“Sono arrivato in Italia nel 1994, quando ha vinto Berlusconi per la prima volta”, ha ripreso. “Poi Bossi ha fatto cadere il suo governo e ha fatto manifestazioni in cui lo chiamava ‘mafioso’. Me lo ricordo: ero qua. Oggi governano assieme. È strano”. L’analisi era semplice. Lucida. Ho prestato ascolto e mi sono avvicinato. Ho cercato di dargli il mio tempo; lo spazio, questa città, era già di tutti e due.

“Ho vissuto a Parigi per diversi anni, prima di venire qui: lì ci sono persone di tutte le etnie, mischiate. Qui… qui tutto è colpa degli stranieri. Dei rumeni. Dei marocchini come me. Ogni stupro. È stato un marocchino. Ogni furto. È stato un marocchino. La gente pensa così. Bossi ha vinto le elezioni. Tu voti Bossi?”.

Ho condiviso con lui pochi minuti e poche battute. Abbiamo riposto la nostra fiducia nei bambini che oggi, a scuola, crescono assieme, colmando tutte le lacune della società italiana sui temi dell’integrazione con i gesti semplici della quotidianità. Il loro esempio è la più umana delle risposte.

Ho proseguito verso casa pensando che avevo fatto bene a non prendere il tram.