Milano dall'alto

“C” come Cambiare Milano

, 10 gennaio 2012

Ieri sera sono stato all’incontro organizzato dall’amministrazione comunale per spiegare ai cittadini di zona uno il provvedimento di congestion charge Area C. È il primo di una serie di incontri pubblici (dopo i 90 privati effettuati nei mesi scorsi con 77 associazioni e categorie cittadine), in vista del lancio ufficiale del 16 gennaio. Stop in centro a euro 1, 2 e diesel euro 3, 5 euro per tutti, 40 ingressi gratis e poi 2 euro per i residenti, 3 euro per chi necessita di entrare con merci. I dettagli qui. Il provvedimento punta a decongestionare il centro dal traffico (i tecnici hanno previsto una riduzione del 20-30% del numero di vetture), per favorire la mobilità dolce, a cui per altro saranno dedicati tutti gli introiti (mezzi pubblici, interventi per la ciclabilità, sicurezza, ecc.). L’obiettivo futuro è quello di estenderne la logica anche a una parte più grande di città. Ma, per ora, si parte dal centro. C.

Premessa. Io a Milano mi muovo da anni solo in bicicletta (da zona 4), oppure con i mezzi. Lavori, spesa, visite mediche, amici, cinema, qualunque cosa. Quando non posso fare altrimenti mi capita di prendere un taxi, se voglio proprio trattarmi bene, una volta al mese. Non ho bambini piccoli, faccio una vita frenetica come molti milanesi e ho capito che, nonostante pavé e automobilisti a volte poco educati, la bici è il mio destriero, sicuramente il mezzo più veloce per muovermi nella (piccola grande) Milano. Ho impostato la mia vita anche su questo, Milano me lo permette. Non faccio fatica: mi diverto, persino (i miei polmoni così così).

Apprezzo dunque lo sforzo di trovare una via per ridurre con misure anche antipatiche il traffico: a Milano ci sono macchine ovunque. La città ha un tasso di motorizzazione di circa 60-70 auto ogni 100 abitanti, cioè da due a tre volte la media delle altre città europee (da Londra a Berlino, da Barcellona a Parigi, a Copenaghen), come spiega bene qui Eugenio Galli, presidente di Ciclobby. Mi piace che si dica che Area C è una sperimentazione, che significa: proviamo, se non va bene correggiamo e miglioriamo o cambiamo. Sicuramente è un punto di inizio, un primo passo. Chi amministra ha ricevuto un mandato, promuove delle iniziative e dei provvedimenti per cambiare in meglio la città. Non per cercare il consenso a tutti i costi. E corregge il tiro, se serve: lo prevede. Ma intanto agisce, come da mandato (e programma elettorale). Giusto?

Dunque, ieri sera.

Per la prima ora è stato impossibile cominciare l’incontro perché 20/30 persone non hanno permesso iniziasse: schiamazzi, insulti, grida, offese urlate appena l’assessore all’ambiente Pier Maran o altri a lui vicini hanno provato a parlare. Un talk show da pomeriggio televisivo, basato sul canone dell’urlo libero: bruttissimo, un po’ già visto, ma violento e gratuito. Organizzato ad hoc. In un tweet ho definito il tutto fascista. Forse esagerando, ma assicuro: non si poteva parlare. Fra gli urlatori pochissimi giovani, un consigliere comunale leghista con una maglietta con scritta “Pisapia C hai rotto” (con foto di rito sul palco: i 15 minuti di gloria…), ex An, signore di una certa età (“Ma chi è questo?”, ha detto una guardando Paolo Limonta – signora che si è persa questi ultimi 12 mesi di vita milanese, evidentemente), qualche anziano, facce tristi, uno pesantemente ubriaco (non scherzo, non esagero: chiedete a chi c’era). Poi, a sommarsi, c’è stato il problema della sala scelta, il CAM di corso Garibaldi: troppo piccola. Errore di chi ha organizzato, peccato. Mezza platea sulla porta. I malumori fomentati dalla claque hanno fatto il resto: difficile partire, parecchi cittadini se ne sono andati.

Si è allora proposto, con grande fatica, di rimandare il tutto al giorno dopo in una sala molto più grande (Camera del Lavoro o addirittura piazza della Scala). Urla, “no”, “buffoni”, ecc (Buffoni? Loro? Veramente?). Si è infine, a fatica, poi, deciso di spostarsi all’aperto dove tutti i rimanenti potevano almeno starci, dopo un intervento tecnico all’impianto audio per poter operare esternamente. Lì si è riusciti ad ascoltare un po’ meglio, prima Maran (che ha citato i dati Amat sui numeri delle uscite dei residenti, ricavate dai dati delle telecamere Ecopass, per cui la metà dei residenti non effettua più di 40 ingressi all’anno – dati fischiati), poi i vari cittadini, anche se gli urlatori hanno proseguito stoicamente con “commenti” ad alta voce della peggior specie (“Maran ti toccherà prendere una ambulanza”, “pirla”, “cazzate”, “paga Pisapia” e altre brutture, senza argomentazioni). Difficile sentire anche i residenti, che giustamente avevano le loro critiche da fare. In generale molta maleducazione, molta malafede, poca voglia di ascoltare, brutto.

Entrando nel merito, ho ascoltato alcune critiche costruttive (per esempio chi ha sottolineato: “Non voglio, come residente, essere considerato un numero, un 20%, un 30%: ogni famiglia ha esigenze diverse”, o la signora che ha lamentato della complessità nel processo di pagamento come aspetto fortemente negativo: miglioriamo la burocrazia), ma in generale la mia impressione è che il provvedimento sia (troppo?) in anticipo rispetto alla maturità del quartiere e probabilmente di Milano sul tema. Tralasciando le modalità specifiche e i dettagli del provvedimento, su cui immagino si potranno fare vari aggiustamenti (esempio sui residenti che lavorano fuori città – è una sperimentazione, appunto…), il concetto emerso limpidamente  – almeno in zona 1, la zona calda – è stato che la macchina non si molla, per niente al mondo. E io ho fatto fatica a capire.

Per la premessa che ho dato poco sopra, fatico per esempio a comprendere la signora sessantenne che dice di non poter andare a far la spesa a piedi o coi mezzi (serve la macchina per fare la spesa al supermercato vicino a casa?). Dall’altro lato ho provato a mettermi nei panni di chi lavora fuori dalla zona, ma faccio lo stesso fatica: ci sono i mezzi (migliorabili ma ci sono). E per chi ha i bambini mi viene da chiedere: ma i bambini non staranno meglio con meno macchine? Non possiamo educarli a prendere i mezzi, accompagnandoli? L’asilo è davvero lontano da casa per cui bisogna andarci in macchina? Certo non tutti i casi sono risolvibili con della buona volontà: chi lavora in un’altra città ha più bisogno di altri della macchina (e qui c’è il tema dell’interscambio gomma-rotaia del treno, sui cui però il Comune, senza interventi della Regione, non può fare molto), o chi ha la nonna novantenne magari ogni tanto ha bisogno di usare la macchina (ma non ditemi che portate la nonna ogni giorno fuori dal centro, dai…). Dall’altro lato è anche vero che le deroghe devono essere date solo ai casi di vero bisogno (disabili, turnisti che non hanno alternative, ecc.), altrimenti il tutto si trasformerebbe in una farsa e non fornirebbe nemmeno dati per capire quanto un provvedimento sia efficace o meno circa gli obiettivi che si è proposto.

Ho visto, sopra ogni cosa, una enorme difficoltà a cambiare mentalità e abitudini. In Italia quando si tocca la macchina si scatenano i peggiori istinti. Mi sbaglierò? Ripeto: sono un ciclista urbano, ho i miei limiti d’opinione. Vedo il mondo a due ruote, due gambe, così via. Però sono un cittadino milanese e faccio tutto benissimo senza macchina. E, al di là delle mie valutazioni politiche personali, questo è un elemento che traggo dalla mia esperienza quotidiana e che voglio condividere.