Testardi fino all’innovazione. Chi si rimbocca le maniche pedala in Sardegna con RadioBici

Posted on 14 aprile 2012 by Alessio Baù

“Cosa vuol dire essere sardi?” ha chiesto l’altro giorno Maurizio Guagnetti dalla RadioBici a Franco Sechi, il pastore di Campanedda che ci ha ospitati per una notte dopo che ci eravamo persi nella campagna fuori Sassari, col buio tutto intorno. “Essere sardi – ha risposto lui – vuol dire essere testardi”.

Di sicuro Franco lo è perché continuare a fare oggi il pastore di pecore, nell’isola più scollegata d’Italia, è solo questione di testa dura. I guadagni, con 300 capi, sono di circa 20.000 euro l’anno, “se va bene”. Le richieste della modernizzazione – come gli impianti di produzione a prova di Unione Europea – hanno portato a investimenti importanti da parte del comparto allevatori, poi non ricompensati da introiti sufficienti a mantenere il settore a un livello florido. La crisi dei prezzi del latte e il crollo dell’interesse statunitense verso uno dei prodotti caseari di punta della regione, il pecorino romano, hanno portato i pastori a cambiare mestiere. Oppure a resistere, come stanno facendo Franco e la sua famiglia, ipotizzando business alternativi, come la coltivazione di alberi per il legno, o la gestione di un agriturismo. Le associazioni si rimboccano le maniche. La Coldiretti sarda lo scorso anno è riuscita a mettere insieme ventimila piccoli produttori per realizzare un’operazione di rilancio del prezzo nella vendita del loro prodotto al Lazio a un prezzo di 75 cent al litro, un costo che ha garantito la sostenibilità della filiera e ha avuto un effetto benefico su tutta la produzione di latte sardo, che si è attestato naturalmente sui 68 cent al litro, contro i 60-65 a cui si era ridotto.

Dalle tradizioni più profonde della sua terra è partita anche Daniela Ducato, nominata recentemente donna sarda dell’anno 2012, imprenditrice che incontreremo personalmente questo weekend a Cagliari ma con cui ci siamo già confrontati a distanza e che ci ha letteralmente conquistati. Con la sua Edilana ha collezionato molti premi internazionali sull’innovazione, per i suoi progetti di riuso dei prodotti scartati dalla lavorazione della lana, con cui sono stati progettati materiali per la bio edilizia, il bio design e persino per lo sviluppo di energie rinnovabili. La fantascienza è tutta sarda: i panneli fotovoltaici a lana di pecora (o realizzati col mirto al posto del silicio, idea della Regione) li poteva produrre solo la magia di un’isola di donne e uomini testardi e tenaci come questa.

Da un’idea antica, coniugata con un approccio di rete, sono partiti anche i quattro fondatori di Sardex, un circuito di credito commerciale di e per imprenditori e liberi professionisti sardi, che punta a sostenere la piccola impresa in un periodo di scarsa liquidità del mercato come questo. Il Sardex è una moneta complementare e locale, non stampata, che serve per acquistare e scambiare servizi all’interno del network di riferimento del progetto. Funziona in modo simile a un fido bancario, ma senza interessi e con una connotazione fiduciaria, iper territoriale. Quando lo abbiamo scoperto ci è subito venuto in mente il baratto, ma non c’è niente di improvvisato: la lezione delle monete di questo genere è antica. 500 imprese sarde hanno già aderito e usano il Sardex per transazioni economiche reali.

I passaggi ad Alghero (una bellissima pista ciclabile sul mare) e poi Oristano, pedalando dal nord ovest al centro della Sardegna (con in mezzo una simpatica intervista al sindaco di Sassari, Gianfranco Ganau e un passaggio in treno), ci hanno fatto incrociare altre rotte: per esempio quelle di Pierluigi Fais, imprenditore e cuoco a km zero, che ci ha portati al mercato di Oristano in bicicletta, spiegandoci che “la sostenibilità conviene”. C’è stata anche l’occasione per rapidissimo saluto con la scrittrice Michela Murgia, che di questa terra riempie i suoi libri e progetti, come il promettente Liberos, social network per l’editoria e i lettori sardi su cui è al lavoro e di cui – sono certo – sentiremo parlare.

Il maltempo non ci ha spinti troppo al largo: dopo quasi una settimana siamo arrivati da Olbia a Cagliari nonostante questo vento furibondo, foriero di fatiche, rivoluzioni e arsura. Ci hanno affiancato, come sempre, gli occhi sbarrati e la curiosità di chi ritrova, osservandoci, il bello di una sfida molto umana.

Per chi invece, dentro un auto, sfreccia imprudentemente a pochi centimetri da noi, incurante degli altri viaggiatori su strada, vien solo da sperare che restino a piedi. Col vento a mordicchiargli le ginocchia.

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