Socialità ritrovata

Socialità ritrovata a Milano: i quartieri sui social media, le 30 socialstreet e il vicino di casa 2.0

, 1 aprile 2014
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Al mio padrone di casa da qualche mese piace addobbare l’ingresso del condominio. Ha iniziato a farlo lo scorso dicembre, dopo sei anni dal mio arrivo in zona Calvairate: un abete guarnito di fiocchi e biscotti (“speriamo non ce li mangino”), dei vasi colmi di Stelle di Natale, una composizione di radici e fiori secchi – gli anni ’80 non moriranno mai, vero? – vicina al portone di ingresso. Il palazzo, da un giorno all’altro, ha cominciato a profumare di dolcetti. Quando sono tornato a casa la sera, quel giorno, mi sono sentito meglio del solito e non appena ho incrociato il Dottore, alla fine delle scale a chiocciola, gli ho bisbigliato un grazie per il pensiero. Ho il fondato timore che quella sia stata la prima volta in cui gli ho rivolto più di una parola di fila dopo anni di silenziosissimo vicinato. Poi è successo che nessuno abbia saccheggiato i biscotti del super albero e che le Stelle di Natale abbiano seguito il loro naturale decorso e così, con la primavera alle porte, a marzo il padrone di casa ha rinnovato l’atrio: stessa filosofia e nuove piante colorate a illuminare la parete di pietra della vecchia portineria, dominio un tempo della sciura Maria, pensionata suo malgrado anni fa. Adesso mi è venuta voglia di chiedergli di fare di più, di aprire il cortile un po’ sacrificato, di rendere quell’ingresso un vero punto di comunicazione, incontro e scambio tra vicini di casa che, salvo blackout e cataclismi, non si vedono mai e non sanno neanche dare un nome a chi incrociano in ascensore la mattina.

Mi rendo conto sia un aneddoto modesto, ma lo trovo simbolico, nella mia quotidianità milanese, a volte distratta dalla velocità delle ore e degli impegni. Abbiamo molto bisogno di ritrovarci nei gesti quotidiani e di stabilire nuove forme dell’abitare, del convivere, del conoscersi, come se anche l’algida, in apparenza, Milano, volesse riscoprirsi più villaggio. Forse è una reazione al passato iper individualista, forse un antidoto alla crisi economica più nera da quando siamo al mondo. Forse sto solo invecchiando? Eppure, di voglia di bussare ai propri vicini di casa e di riconnettere i tessuti locali sentiamo parlare sempre di più, magari con approcci e metodi innovativi, nella nostra e in altre città: giardini condivisi, community di quartiere, co-housing, bacheche virtuali e non. Di socialità ritrovata e comunicazione mi interesso, curioso, da quando ho aperto questo blog, ma è soprattutto nell’ultimo paio di anni che il numero di segnali in questo verso comincia a farsi interessante. Quanto la struttura della rete sta influenzando i modi e il desiderio di rapportarci con gli altri, di vivere e usare lo spazio delle grandi città del secolo urbano? Quanto il modello relazionale e comunicativo dei social media in cui siamo immersi trasforma i modi di conoscersi e riconoscersi, di condividere facilmente, di fare insieme? Riporta Fabio Chiusi sull’ultimo Espresso una frase suggestiva del direttore di ricerca dell’Institute for the Future, David Pescovitz: «Più tempo spenderemo negli spazi iperconnessi e ipermediati dietro ai nostri schermi, più sentiremo il desiderio dell’esperienza viscerale, concreta di costruire oggetti fisici». Io, agli oggetti fisici, aggiungerei l’esperienza viscerale dell’altro, dello scambio di storie ed esperienze nel senso più ampio possibile. Il fenomeno più tangibile di un atteggiamento in evoluzione nei confronti dell’esperienza della città nel suo complesso e dei suoi abitanti è la diffusione dei prodotti della sharing economy. Penso alle bici e alle auto condivise, che a Milano hanno fatto nel 2013 un grosso boom; alla proliferazione degli spazi di coworking; al successo dei servizi di disintermediazione, come Airbnb, o alla logica del couchsurfing; alla splendida idea della Massa Marmocchi; ai Gruppi di Acquisto Solidale, pratica ormai quotidiana in tantissimi quartieri, con liste della spesa compilate collettivamente tramite fitte mailing list. Sono, certo, fenomeni figli di molteplici fattori: sociologici ed economici, in primis. Ma anche comunicativi. Ed è soprattutto il mondo del vicino di casa 2.0, oggi, a esprimere quella dimensione di socialità ritrovata (o almeno facilitata) attraverso nuovi strumenti di dialogo e contatto.

Da Bologna, da via Fondazza, si è allargato a macchia d’olio il format socialstreet. Tutto è nato dall’esperienza del Gruppo Facebook “Residenti in Via  Fondazza – Bologna” iniziata nel settembre 2013 per “socializzare con i vicini della propria strada di residenza per instaurare un legame, condividere necessità, scambiarsi professionalità, conoscenze, portare avanti progetti collettivi di interesse comune e trarre quindi tutti i benefici derivanti da una maggiore interazione sociale”. A distanza di pochi mesi, dove prima non si conosceva nessuno, ora si conoscono tutti e, se capitate in via Fondazza di domenica pomeriggio, troverete sempre qualcuno in strada, che magari condividerà un cesto di arance o una partita a calcetto con voi. Senza aprire nuove piattaforme, via Fondazza si è ritrovata su Facebook, a costo zero. Oggi il Gruppo conta più di 800 iscritti su una strada con 2000 abitanti. Il social ha fatto da ponte e sono fiorite le idee: cene, feste, azioni di solidarietà, attività creative. Con l’aiuto organizzativo di una bacheca Facebook (e di qualche volantino) si è riscoperto quanto possa essere piacevole e comodo avere dei vicini di casa. I fondazziani si sono anche fotografati e hanno composto un album collettivo della strada, da setacciare come i nomi sulle cassette delle lettere: http://fondazziani.blogspot.it.

Saverio Cuoghi, uno dei pionieri di via Fondazza con Federico Bastiani e Luigi Nardacchione, che ho conosciuto alla Social Media Week, ha fondato il sito Socialstreet.it, per raccogliere tutte le esperienze italiane, che superano oggi le 200 (qui la mappa), da Trento a Catania. Sono più di 8000 le persone interessate. “È il virtuale che diventa reale che diventa virtuoso”, hanno detto i fondatori ospiti all’Urban CenterA Milano le socialstreet sono, al momento in cui digito, 31 e l’area che ne conta di più è quella a nord est della città. Le prime socialstreet, in ordine di tempo, sono state quella di via Maiocchi e del parco Solari. Gli iscritti ai Gruppi Facebook tematici superano, in totale, la cifra di 5300; 2700, però, sono quelli del Gruppo Abitanti Sarpi, che esiste dal 2010 e che si è rinominato socialstreet recentemente. Esclusa la pre-esistente Sarpi, dunque, i cittadini coinvolti nelle nuove socialstreet sono più di 2600. Le più numerose sono via Maiocchi (717), via Morgagni e dintorni (328), via Ponzio (270), Parco Solari (242), Piazza San Luigi (165), via San Gottardo, Meda e dintorni (163), via Marco D’Oggiono e dintorni (121) e via Cadore (120). Le altre presentano numeri meno significativi, ma l’interesse diffuso è palpabile.

Social Swap Party

La più affollata delle socialstreet milanesi, via Maiocchi, è anche la più vivace: i social vicini sono un vulcano di idee e hanno già organizzato appuntamenti come Case Aperte, con attività e laboratori ospitati in case e cortili del quartiere durante un weekend al mese, proiezioni di film, aperitivi e anche attività solidali, come la raccolta di cibo e bevande per i senzatetto promossa dai commercianti. Hanno un sito (http://www.viamaiocchi.it) e stanno organizzando, per il mese di aprile, un Social Swap Party, per aprire gli armadi e barattare quello che non serve più ma che potrebbe servire ad altri. Alcune socialstreet diventano anche vettori per offerte di lavoro o per cercare i migliori servizi della zona (“conoscete un bravo dentista?”), generando una micro-economia del noi. Commercianti, spazi aggregativi e teatri si sono accorti del potenziale delle socialstreet e hanno cominciato a prendersi più cura dei propri vicini, offrendo per esempio sconti e offerte speciali ai partecipanti ai Gruppi, come mi è successo di vedere qualche settimana fa al teatro Verdi dell’Isola. Io, il mio primo aperitivo socialstreet, lo vado a fare venerdì prossimo.

Le socialstreet non sono gli unici strumenti nati con l’esplicito desiderio di riconnettere le reti di vicinato. Telecom Italia ha finanziato una start up, Vicini di Casa, realizzata dal milanese Massimiliano Leiter, che sta lanciando un vero e proprio social network per aiutare i vicini di casa a conoscersi e aiutarsi reciprocamente, recuperando la risorsa più preziosa di oggi: il tempo. Anche in questo caso Internet serve da ponte, perché il progetto vuole concretizzarsi in scambi reali, incontri, persino amicizie e cortesie scambiate (con relativi feedback online). Primi quartieri coinvolti da Vicini di Casa sono Pagano e la Barona, e il futuro è da costruire. La voce dei quartieri si fa sempre più sentire sui social media anche grazie al moltiplicarsi di progetti editoriali locali. A Quarto Oggiaro il Comune sta contribuendo a realizzare un portale di news e una community degli abitanti. Lambrate, cuore del Fuorisalone e casa del fare creativo, ha lanciato in questi giorni un sito per raccontarsi come il distretto più collaborativo di Milano, rete di imprese, singoli, associazioni, studi e spazio di coworking: http://madeinlambrate.com. Nella mia Calvairate, invece, è nato un piccolo geniale progetto tutto social (con un Tumblr, una Pagina Facebook e un canale Twitter) che rilancia questa fetta di città, spartiacque, con la cerchia della 90/91, fra zone centrali e periferia, come il luogo più in ascesa del momento: Calvairatesburgh. Un campanilissimo concentrato di marketing territoriale, che mi ha ormai convinto di vivere quasi a Brooklyn e di avere sotto casa più quanto potessi immaginare. Il centro di Milano non è più solo uno. Accendete le vostre connessioni.