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Come muoversi a Milano in Area C senz’auto (ma con uno smartphone)

Postato il 16 gennaio 2012 da Alessio Baù

Oggi parte a Milano la sperimentazione di Area C, la congestion charge su modello londinese voluta dalla giunta Pisapia, prima del genere in Italia. Secondo le stime dei tecnici dovrebbe ridurre il traffico nel centro città almeno del 20% e al contempo favorire politiche e abitudini di mobilità dolce.

Come può la tecnologia aiutarci a muoversi in centro città non usando la macchina? Ho raccolto qui le applicazioni che conosco e che non possono mancare negli smartphone di ogni milanese (che sia abitante o sia ospite), soprattutto da oggi in avanti.

iAtm (costo: gratis)

L’applicazione ufficiale dell’azienda trasporti pubblici di Milano per iPhone e iPad funziona bene. Gli ultimi aggiornamenti hanno di molto migliorato l’esperienza dell’utente e adesso è veramente facile trovare mezzi vicini e relativi orari, aggiornati in contemporanea. Quando si è di fretta è il massimo: grazie alla visualizzazione delle fermate in realtà aumentata basta posizionare la fotocamera dello smartphone davanti a sé per individuare tram, bus e stazioni della metro. Molto utile per chi – come me – tende a perdersi. Lo screenshot a lato mostra, ad esempio, le fermate di tram e bus che posso individuare con questa app dalla mia terrazza di casa, semplicemente puntando la strada. Una volta cliccato il mezzo preferito, dalla pagina dedicata è possibile conoscere i tempi di attesa e calcolare il proprio percorso. Estremamente semplice. Oltre alla mappa vi sono una sezione news e una di ricerca con le opzioni di calcolo percorso, ricerca linea, ricerca indirizzo, ricerca fermata e schema della rete metropolitana. Di questa applicazione esistono oggi anche le versioni per Android, Blackberry e Windows, dal nome Atm Mobile. Mi dicono – non le ho provate – che queste versioni permettono anche di individuare i punti di Car sharing più vicini.

MuoviMI (costo: gratis)

Questa app per iPhone è nata prima di quella ufficiale ed è una validissima alternativa al prodotto Atm. La visualizzazione delle linee della metropolitana è graficamente molto azzeccata: con un dito è possibile percorrere le stazioni delle tre linee, e per ognuna conoscere immediatamente gli interscambi vicini con tutti gli altri tipi di mezzi (ma manca il bike sharing). Lo stesso processo si può fare con l’intera rete di trasporti: tutte le linee sono navigabili. Altro punto di forza è, a mio avviso, la visualizzazione delle notizie, che vengono costantemente poste in risalto grazie a una grafica facilmente riconoscibile da chi usa uno smartphone. Gli avvisi sono molto aggiornati e questa sensibilità è un grosso aiuto quando ci sono scioperi o disservizi. MuoviMI, inoltre, conserva le schede degli orari programmati nella cache, così da potervi accedere anche quando non si ha una connessione ad Internet. Manca il classico calcolo dei percorsi, che per i nuovi arrivati in città potrebbe essere più che utile. La versione per iPad (in foto) verrà rilasciata a breve. L’autore è Alessandro De Peppo.

miBici (costo: 0.79 cent) oppure Bike Sharing (costo: 0.79 cent)

Per gli amanti del bike sharing miBici è immancabile. Molto intuitiva, fornisce informazioni sulle stazioni più vicine, il numero di bici disponibili e il numero di spazi vuoti dove agganciare la bicicletta quando si vuole restituire. Calcola i percorsi di distanza fra l’utente e il punto BikeMi desiderato e presenta tutta la lista delle stazioni al momento disponibili. Le sezioni informative, come quella sulle tariffe, sono molto utili per chi è alle prime armi col servizio di bike sharing. È disponibile anche per iPad. L’autore è Marco Pisani.

Anche Bike Sharing consente di individuare le stazioni BikeMi di interesse, di scoprirne distanza e disponibilità. Graficamente mi piace di più della precedente app, ha un tocco più ricercato. Attenzione: richiede l’iOS 5.0 o successive. Ha una sua pagina Facebook. L’autore è Giorgio Marziani de Paolis.

Carpooling.it (costo: gratis)

L’app del sito carpooling.it, molto ben realizzata, permette di individuare persone che vogliono condividere un viaggio in auto, per tragitti brevi o lunghi. Può essere molto utile per chi vuole dividere la spesa di viaggio (benzina, autostrada, congestion charge, ecc., importante specialmente per chi viene a lavorare in città da fuori), abbattendo i costi e il proprio impatto ecologico. Senza dimenticare che il carpooling, ancora poco diffuso in Italia, favorisce anche la socialità (certo: selezionate prima le persone con cui partire, non andate a caso). L’app è disponibile anche per Android, oltre che iPhone e iPad.

Spero che la lista sia utile ad affrontare meglio questi primi mesi di sperimentazione con meno macchine e più mezzi pubblici e biciclette.

Spero anche che vengano creati nuovi prodotti smartphone utili alla mobilità alternativa. Un esempio molto creativo l’avevo scoperto l’estate scorsa a New York, relativamente ai taxi: si chiama Cab Sense e indica gli angoli dove, in base ai calcoli statistici e Gps, è più facile riuscire a prendere un taxi nella Grande Mela. Geniale.

Infine, tornando su Area C: chi vuole individuare i parchimetri dove poter pagare la congestion charge (uno dei modi con cui si può pagare, ce ne sono diversi altri) si può servire di questa mappa in pdf presente nel sito del Comune. Potrebbe essere utile farne una app dedicata, sicuramente sarebbe apprezzata. Programmatori, siete in ascolto?

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Un premio alla Blogfest 2011

Postato il 05 ottobre 2011 da Alessio Baù

Sabato scorso, durante la Blogfest 2011, ho ritirato un premio (un Macchianera Blog Award) per conto di Giuliano Pisapia, votato dai blogger come Personalità in Rete dell’Anno. Emozione!

Il Sindaco non è potuto essere presente a Riva del Garda, ma ha scritto una lettera per ringraziare chi lo ha sostenuto in rete durante la campagna elettorale e dopo, in questi primi mesi di mandato.

Si tratta naturalmente di una grande soddisfazione per tutto il team digital che ha lavorato nel corso della primavera milanese a fianco di Giuliano e del suo staff, accompagnando un’onda di entusiasmo democratico che da Milano, anche grazie ai social media, ha toccato tutta Italia.

Questo premio va dunque condiviso in particolare con Michele Bergonzi, Paola Bonini, Massimo Chierici, Fabio La Rocca e tutti gli altri professionisti e volontari che si sono spesi con passione e impegno nel progetto.

Vi lascio alle parole di Giuliano Pisapia, dal minuto 55′ circa. Grazie a tutti.

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La rivoluzione italiana che abbiamo iniziato a costruire

Postato il 27 settembre 2011 da Alessio Baù

Mi sono sentito chiamato in causa dalla lettura di “The case for an Italian ribellion” di Luca De Biase. Credo che l’ex direttore di Nòva abbia trovato nel suo post parole per dare forma a un pensiero comune di molti noi giovani italiani, laureati, che ci interessiamo di innovazione, buona politica, ambiente, futuro, magari in lingua inglese o francese. Noi che quando sentiamo il nostro primo ministro parlare il più delle volte oramai ascoltiamo e pensiamo “è alla frutta, ora basta”.

Io ho ventisette anni e negli ultimi venti ho assistito, con crescente consapevolezza e senso di repulsione, al depauperamento del vocabolario umano e civile di questo Paese. Ho visto, con molti miei coetanei, l’asticella del buon senso abbassarsi, fino a toccare lo zero. I problemi reali dell’Italia sono cresciuti esponenzialmente mentre i falsi problemi riempivano l’agenda quotidiana. Questo è successo grazie a un lento corrodersi della classe politica, di quella imprenditoriale, del sistema informazione, dell’offerta culturale. Qualche giorno fa il nostro ministro dell’Istruzione e della Ricerca ci ha ricordato quanta impreparazione ci sia nel governo italiano. Da tempo mi chiedono, quando succede di essere all’estero o di conversare online con qualche contatto straniero, cosa aspetti l’Italia a cambiare marcia. Io, ultimamente – come mi è successo a Oslo – ho iniziato a dire che la marcia, a fatica, si è mossa e che non rinuncio a vedere un futuro migliore.

Capisco di sembrare ingenuo.

L’idea di una “Italian ribellion” è nell’aria da tempo. Timidi tentativi di contrasto pacifico ma fisico, in qualche caso irruento, si sono registrati a Milano e a Roma, senza alcun seguito. Credo siano da ricondursi a specifiche sensibilità, particolarmente vessate dalla crisi economica la cui gravità è d’altronde direttamente collegata all’azione dei governi Berlusconi e alla fragilità dell’opposizione. Penso che un profondo moto nazionale di pacifica ribellione democratica sia auspicabile: sarebbe fortemente liberatorio per gli italiani che di visione e di prospettiva e di unità hanno molta sete. Io stesso e i miei amici, per primi. Non è ancora successo e questo ha a che fare certamente anche con l’alto senso di responsabilità delle famiglie, uniche a tenere dritta la spina dorsale del Paese. Penso alla famiglia nel senso di nucleo sociale affettivo, non dandogli una connotazione cattolica, ma semplicemente culturale e storica. La società italiana è tendenzialmente conservatrice. In un momento di estrema fragilità come questo credo che tale caratteristica possa rappresentare persino una risorsa. Ma la presenza di una struttura che bilancia i moti più spontanei e irruenti non deve negare il sorgere di una rivoluzione del pensiero. Basta ragionare in termini gattopardiani.

Nella primavera scorsa ho visto la marcia iniziare a cambiare.

A Napoli, a Milano, innanzitutto, con la tornata elettorale, quelle percentuali inattese. In tutta Italia, con quei referendum che hanno chiaramente sancito un desiderio di nuove rotte. Con i movimenti in difesa della dignità femminile. Penso che una larga parte di giovani abbia individuato candidati credibili e cause importanti per cui spendersi, senza più resistenza. Abbiamo messo in moto piccole rivoluzioni democratiche. L’”Italian rebellion” potrebbe essere già questo: il ricostituirsi di un tessuto di attivismo civico, culturale, politico, qualcosa che è già partito dalle città e dall’incontro sul territorio, con un sostegno anche delle nuove tecnologie (una socialità ritrovata, come mi piace dire). È durissima. Ma stiamo andando bene. Questo settembre a Milano c’è stato un grande fiorire di iniziative belle e sane: come i dibattiti sull’antimafia, le rassegne di cinema, la crescita di interesse per le cascine e gli stili di vita sostenibili, gli incontri in piazza sull’arte contemporanea, sul lavoro che manca, sul futuro. Su Napoli ho sentito grandi cose. Si va piano – all’italiana – ma senza melodrammi, per una volta.

Noi giovani siamo all’altezza dei nostri desideri. Chi ci rappresenta lo capisca. La ribellione che ci interessa è quella democratica: è già una rivoluzione.

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Nordic Techpolitics 2011: Oslo vuole più democrazia e la tecnologia non sta a guardare

Postato il 19 settembre 2011 da Alessio Baù

Attorno alle mura esterne della cattedrale di Oslo ci sono migliaia di rose, in fila, appoggiate alle pareti. Le rose appassite formano uno strato di humus verdastro sopra cui con costanza altre rose fresche vengono adagiate, in un rituale che ai miei occhi è parso disordinato e insieme logico e composto. Dentro la cattedrale, a fianco del pulpito da cui il pastore – una donna – celebra la sua liturgia una parete raccoglie fogli di carta pieni di cuori disegnati. Ai norvegesi piace usare la forma del cuore, te la ritrovi ovunque e anche fuori dalla cattedrale si incontra un cuore enorme, di legno, piantato nella terra umida di pioggia, con sopra inciso: “L’amore è più grande di qualsiasi altra cosa”.

Fra le persone che ho incontrato nei giorni scorsi a Oslo, per lo più partecipanti alla Nordic Techpolitics conference per cui sono venuto per la prima volta in Norvegia (assieme ad Antonella Napolitano, editor europea di PdF), sono in poche a non conoscere qualcuno che ha perso un amico o un parente nella strage del 22 luglio. L’auspicio che ho sentito ripetere da chiunque abbia nominato quel categorico “after July 22” e abbia cercato di raccontare com’è la Norvegia dopo lo shock, è stato che la strage possa per contrasto spingere le vele della democrazia a soffiare più forte e in modo più trasparente. Lo aveva detto esattamente il primo ministro Jens Stoltenberg, dopo quelle ore orrende: “More openness, more democracy”. I cittadini sono con lui e si sente. “Ognuno di noi può costruire una democrazia più forte”, aveva detto. E il suono di quelle parole, a Oslo, echeggia.

Naturale dunque che Bente Kalsnes, l’organizzatrice della prima conferenza dedicata alle intersezioni possibili fra politica e tecnologia nei Paesi del Nord Europa, abbia deciso di porre la sua creatura sotto questa lente, per investigare cosa significhi auspicare “più democrazia” oggi in Norvegia, forse uno dei Paesi più avanzati del mondo sul fronte dei diritti civili. D’essere in una culla di civiltà ho avuto una conferma quando chiacchierando con dei neo-genitori ho scoperto che come sostegno da parte dello Stato per il loro bambino hanno un sussidio mensile (“child care”, fino ai 18 anni) e che mamma non può prendersi la cosiddetta maternità se anche papà non prevede di prendersi la cosiddetta paternità, prima o dopo il partner. Lì sono banalità. Viste dal punto di vista italiano, delle enormità.

We Government

È stato Andrew Rasiej di Personal Democracy Forum, ospite americano, ad aprire Nordic Techpolitics fissando i termini del dibattito, dandoci una chiave di lettura fondamentale sull’attuale scenario e sugli sviluppi prossimi. “Non dobbiamo parlare più di e-government – ha spiegato – ma di we-government”. Che chi ci governa sfrutti la tecnologia per dialogare con i cittadini è dovuto ma non sufficiente e “more openness, more democracy” vuol dire dotare le persone di informazioni e servizi da poter liberamente usare, trasformare, riempire di significati, rendere a loro volta disponibili ad altri cittadini attraverso la tecnologia. Diversi gli esempi pratici già analizzabili: inglesi (http://www.fixmystreet.com), americani (http://www.cabsense.com),  africani (il famosissimo http://www.ushahidi.com, open source e declinato in vari progetti nel mondo), scandinavi (i servizi annessi al sito della città di Stoccolma l’hanno reso la città la più accessibile al mondo) e così via.

“Non serve reinventare la ruota”, ci si è detti spesso durante Nordic Techpolitics, ed è proprio vero. Informazioni su quello che ci circonda vengono già prodotte da governi, enti pubblici e privati, centri di ricerca e così via. Servono persone capaci di decifrarle – per renderle comprensibili e facilmente disponibili – e occorre infine educare i cittadini all’uso e all’importanza degli “open data”. Su questo egregiamente fanno da timone gli studi della Sunlight Foundation presente a Oslo col suo co-fondatore Michael Klein. Håkon Wium Lie di Opera software, ha risposto così alla domanda “Why data should be public?”: 1) abbiamo già pagato per queste informazioni, sono nostre 2) chiederle risponde a un principio democratico 3) usarle apre nuovi scenari business.

Birgitta Jonsdottir e Bård Vegar Solhjell

Birgitta è una poetessa e un’attivista. Sul palco di NT è arrivata con un fiore giallo infilato nel caschetto nero. Nell’aprile 2009 è stata eletta nel Parlamento islandese (col suo “Movimento dei Cittadini”) del dopo crisi ed è diventata la promulgatrice di una legge che sta cambiando il mondo, l’IMMI. Birgitta ha lavorato per rendere il suo sogno di “more democracy” (e quello dei suoi collaboratori e ispiratori, fra cui si conta anche Julian Assange di Wikileaks) una realtà: così, di fatto, l’Islanda si sta trasformando in un rifugio sicuro per la libera espressione su Internet, terra digitale dove non contano le leggi repressive. Massima protezione. “Su Internet siamo spesso usati solo come utenti e consumatori, non cittadini. La vera sfida odierna è la difesa dei diritti online” ha spiegato lei. IMMI raccoglie il meglio della legislazione mondiale in materia di libertà d’espressione. “Sono ancora incredula – ha confessato – che il Parlamento abbia accettato la mia proposta di legge”. Invece, nella piccola e rivoluzionaria Islanda, è successo. E in fretta. Il fattore temporale è stato determinante per portare a casa il risultato. Ora è in corso la fase di assestamento legislativo per adattare la Costituzione a IMMI. Nel giro di un anno quel sogno sarà realtà, a occhi aperti. I server islandesi si apprestano a divenire una fortezza della ragione, in questo terzo millennio. Anche se il Parlamento islandese è “un po’ troppo lento” per Birgitta, alla fine dovrà stare al suo passo.

A confrontarsi con lei, sul palco di Nordic Techpolitics, Bård Vegar Solhjell, testa, nel Parlamento norvegese, del Socialist Left Party. Quarant’anni, già ministro dell’educazione e della ricerca, è sicuro dell’importanza di “presentare chiaramente i fatti” e della forza dell’argomentazione contro ogni forma di estremismo. Interpellato su come fare a portare il tema degli open data nell’agenda dei politici, ha risposto: “Dovete farlo voi. Dovete votare solo quei politici che conoscono la materia e ne parlano, che organizzano interventi sulla trasparenza in democrazia”. Sprofondato nella sedia, ho preso appunti. Dal Paese dove il primo ministro dice “Gògol” al posto di “Google”, anche questo è stato un altro piccolo shock culturale.

Attivismo e social media: primavera rimandata, in Norvegia?

Su quanto stiano influendo i social media circa i livelli di partecipazione democratica e di coinvolgimento politico attivo dei giovani nel Paese scandinavo, ho raccolto due opposte ipotesi. Il dibattito si concentra in particolare su Facebook, che in Norvegia viene utilizzato da tutta la popolazione di età compresa fra i 15 e i 30 anni ed è il social media numero uno, in testa a YouTube, Wikipedia, Twitter e Linkedin. Secondo le ricerche di Bernard Enjolras (Institutt for Samfunnsforskning) Facebook viene usato da un numero crescente di giovani (16-26 anni) non solo come strumento di informazione – è stato in assoluto la prima fonte di notizie circa la strage del 22 luglio, per il target considerato – ma come mezzo di mobilitazione: le dimostrazioni seguite alla tragedia hanno visto una partecipazione in ascesa di pari passo alla diffusione in crescita del passaparola sulle manifestazioni emerso su Facebook. All’opposto, secondo Petter Bae Brandzæg (del centro di ricerca SINTEF), nessuna crescita significativa è in atto: fra i suoi 4400 intervistati, infatti, quanti hanno nominato la politica come ragione utile per usare i social media, nel corso di questi anni? Nel 2007 lo 0% dei giovani, nel 2008 il 14%, nel 2009 il 13%, nel 2010 il 13%. È evidente quanto la situazione norvegese sia diversa da quella dei Paesi protagonisti della primavera araba: un’analisi organica è ancora prematura. Incoraggiante che il fenomeno venga fatto a pezzi e studiato per essere posto al centro delle agende politiche.

Bambuser e la rivoluzione in un “rec”

Forse alcuni di voi già conoscono Bambuser. Se non fosse così, cliccate nel box video della sidebar di questo blog e vedrete subito di cosa si tratta. Il servizio di mobile-streaming, che esiste dal 2007 (ben prima dell’era iPhone), è oggi usato in 190 Paesi. Dato che le Nazioni Unite contano 193 Paesi mi piace pensare a Bambuser come a un tecnologico missionario di pace, un diffusore di democrazia. Il giorno prima della conferenza norvegese ho avuto il piacere di conoscere la persona che si è inventata tutto questo: Måns Adler. Brillante ragazzo svedese di trent’anni, testa piena di riccioli rossi, uno che fra dieci anni sarà forse il papà di qualche meraviglia tecnologica quotidiana. Con un suo amico del posto mi ha portato in un bar di Oslo a bere un drink accompagnato da una zuppa – pare sia usanza locale – e siamo finiti a parlare di politica italiana (“Non va così male come in Grecia, però la situazione è pessima, vero?”). Måns si è immaginato Bambuser nel corso del 2006 col preciso desiderio di democratizzare i servizi broadcasting abbattendone i costi di produzione. “Volevamo restituire in video un livello emozionale di condivisione sociale che i canali tradizionali non soddisfacevano”. L’uso di Bambuser è esploso l’anno scorso, in Egitto. A maggio l’attivista Ramy Raoof manda in live streaming dal suo cellulare le immagini della repressione del governo. La polizia ritira i cellulari, ma Ramy ha già vinto una prima battaglia: il video viene usato in un processo a difesa del movimento di protesta. Nel giorno delle elezioni, lo scorso novembre, sono 10.000 i video che vengono caricati da cittadini egiziani sul territorio, quasi una forma di controllo e testimonianza diffusi. Il 28 gennaio 2011 Bambuser e Twitter sono i primi due servizi a essere tagliati dal regime, prima del totale oscuramento di Internet a rivoluzione in corso. Anche a Oslo, lo scorso 22 luglio, è di un ciclista il primo video reportage video dal luogo dell’attentato: la televisione danese intercetta lo streaming e lo rilancia in pochi minuti. Il concetto di “inviato” è così più ricco e sfaccettato. Cosa significhi letteralmente “Bambuser” Måns lo spiega qui, se siete curiosi. Mi piacerebbe molto portarlo in Italia, a parlarci della sua idea di giornalismo e partecipazione. Qui non è mai stato. E si aspetta un invito.

Un articolo di Antonella Napolitano sulla conferenza si può leggere qui.
Altri post sono su Pdf Europe
. Qualche scatto da Nordic Techpolitcs si può scaricare da qui.

Al prossimo anno.

English version

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Quel futuro in una lettera scritta a mano

Postato il 24 aprile 2011 da Alessio Baù

Esattamente un mese fa ho ricevuto una lettera, come non succedeva da tempo: scritta a mano, in corsivo, stilografica nera, carta spessa e al tatto quasi antica.

Tornavo a Milano da un viaggio a Parigi, e la lettera, in qualche modo, parlava di me e soprattutto del mio viaggio. Lo faceva senza conoscerne i dettagli ma intuendone i contorni attraverso una mia foto postata su Facebook. A spedirmela Luca, nickname Foxarts, un blogger che ho conosciuto l’anno scorso a Milano, esattamente un anno prima della ricezione della lettera (magie del calendario, non credo Luca ci abbia nemmeno pensato). Il suo ultimo progetto via Tumblr, HandWritingMe, mi aveva colpito e io gli avevo spifferato il mio indirizzo di casa, curioso di farne parte. Luca ha scritto almeno una ventina di lettere (la mia era l’ultima della prima tornata) e quello che ha fatto è stato restituire una dimensione lentamente meditativa a una conversazione nata online, con tempi e forme diversi. Su un esperimento simile aveva lavorato, forse due anni fa, lo scrittore Giulio Mozzi, usando il tema dei messaggi in bottiglia, quelli letti in tanti racconti d’avventura. Non so se l’esperimento abbia condotto, allora, a una teoria, a un pensiero intellettuale sulle relazioni fra vecchi e nuovi veicoli di conversazione. Ma la sensazione di far scorrere gli occhi su una lettera scritta a mano è stata piacevole, una carezza per me, la restituzione di una intimità. Uno a uno.

La scorsa settimana, al panel su politica e social media curato da Alessio Jacona al Festival del Giornalismo di Perugia, ho ascoltato le parole di Sam Graham-Felsen, il blogger che nel 2008 lavorò alla campagna di Barack Obama contribuendo a una vittoria che ha segnato la storia. Raccontando di nuove forme di coinvolgimento e conversazione sui temi cari a cittadini ed elettori Sam ha immaginato il ruolo della parola e della tecnologia nelle future campagne elettorali, e si è spinto a parlare di “lettere scritte a mano” per ogni elettore. “In futuro la tecnologia non dovrà solo facilitare i processi, ma spingere le persone a un coinvolgimento più profondo e ricco. Spingere le persone a scrivere lettere a mano per altre persone. Se io ricevessi una lettera scritta a mano avrei la certezza che qualcuno ha speso tempo ed energie per comunicarmi qualcosa di importante. Niente sarà più potente di un uomo che parla a un altro uomo”. Ha usato queste parole. L’ho trovata una suggestione molto interessante, che mi ha fatto ripensare al piccolo e curioso progetto di Luca.

Il futuro delle parole segue i binari del digitale, lo sappiamo, e chi fa un mestiere come il mio, in particolare, si confronta col tema ogni giorno. Poi, però, mi conduce al sorriso il pensiero che questo futuro senta il bisogno, ogni tanto, di guardarsi indietro, a prendere slancio e a scavare profondità nella lenta riflessione di una lettera scritta a mano.

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Una zuppa con dentro Milano

Postato il 30 marzo 2011 da Alessio Baù

Sabato sono stato nel quartiere di Dergano (occhio, nella pronuncia si accenta come “Bergamo”) al pranzo di autofinanziamento di “ZUP”, un progetto culturale di partecipazione e rigenerazione urbana, messo in moto da Noemi Satta e Myriam Sabolla, che ho conosciuto non molto tempo fa tramite Twitter. Un cortile verde, “un’area – ci hanno spiegato – di co-working naturale”, dove si ritrovano solitamente creativi e restauratori del legno e che, sabato, ha fatto da piazza a un gruppo di milanesi curiosi.

ZUP parte con un workshop – che sta chiudendo le iscrizioni in queste ore e che si svolgerà nel corso del prossimo fine settimana, 2 e 3 aprile - proprio nel cuore del lavoro di Noemi e Myriam, Dergano: quartiere milanese di cintura, attraversato, in questi anni, da forti cambiamenti socio-culturali è già oggi metafora di una città che cambia e cerca, spesso dal basso, dalla gente, dai lavoratori e volontari che agiscono dentro a cortili e spazi abitativi e di aggregazione locali e periferici, un filo fra le sue tante identità. Poco raccontate o, peggio, strumentalizzate.

Col coinvolgimento del Consiglio di Zona 9, del Dipartimento Indaco del Politecnico di Milano, delle associazioni del quartiere Il Giardino degli Aromi e Asnada (suo focus la pedagogia per i migranti), Myriam e Noemi hanno messo in moto una azione di studio e riappropriazione dello spazio pubblico e delle dinamiche sociali che questo ospita e genera. Questo lavoro, che si preannuncia denso, sfidante e  divertente, troverà sintesi estetica e sostanziale in cucina, nella preparazione di zuppe di quartiere possibilmente simbolo e veicolo di riflessione sulla storia presente del luogo. La memoria corre a progetti come Love Difference di Michelangelo Pistoletto, ma in Zup la pratica è situata in un nucleo geografico molto ristretto e al 100% urbano e milanese.

Sono curiosissimo di saperne di più. E voi, pronti a fare i turisti nella vostra città?

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