Archivio | Posti di Milano

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Via Col di Lana 4: there is no place like home

Postato il 25 ottobre 2010 da Alessio Baù

La casa è il luogo dove vengono scritte le storie più belle e le storie più brutte. Ci sono quattro pareti e infiniti gradi di costruzione e decostruzione.

In via Col di Lana 4, a tre passi da viale Bligny, tre curatrici d’arte (Anna, Francesca, Sara) hanno scelto l’appartamento di una di loro per ospitare, per ogni lunedì del mese di ottobre, opere di artisti diversi che hanno lavorato nella comune cornice tematica della dimensione famigliare, della sua comunicazione massmediatica, dello stereotipo e dell’inatteso che la innerva. Il pretesto delle quattro pareti è diventato un indirizzo di sperimentazione e modulazione del proprio pensiero.

Le case di Milano possono prestarsi benissimo a questo tipo di iniziative. Come l’appartamento Lago, in Brera. Il contesto e le finalità, certo, diverse, fra l’uno e l’altro. Ma l’happening si struttura sempre in una casa, che ne contamina l’atmosfera.

Stasera, bastava salire dove c’era “l’albero di Natale” (spuntava, di plastica, dal terrazzino come a dire: siamo qui e qui si gioca, a conferma dell’etichetta sul citofono),  fare una rampa di scale e leggere un biglietto che, sulla porta di casa, intimava di scegliere la propria dentità prima di spingere la maniglia. Poi, dentro. Con tante altre persone, qualche viso noto (gli amici del mio coinquilino Matteo) e una casa. Casa autentica, con la tovaglia sul tavolo, i cappotti appesi nel corridoio, uno stile domestico e personale, quello di chi qui torna ogni sera a vivere. Una mappa appena schizzata (simile a quella che ho incollato qui sotto, presa qui) guidava alla scoperta delle diverse opere, che ogni settimana si sono concentrate su una figura famigliare diversa. Sono stato in cucina, dove ho annusato i libri fritti da Maria Pecchioli un paio di settimane prima. Da qui due antine di legno si spalancavano su di uno spazio indefinibile: una altissima tromba delle scale senza scala – come altro chiamarla? – buia, illuminata solo dalla luce naturale, muratura grezza e tante piccole finestrelle come in un magazzino, adibito, almeno stasera, a spazio per videoproiettare i lavori dei più svariati videomaker, quasi tutti giovanissimi.

L’esperimento mi ha ricordato gli anni Settanta. Tutto però al proprio posto, al proprio momento, anche oggi. Una casa aperta e permeabile, come piace a me. Con dentro storie e punti di vista magari inediti, da stimolare dubbi e metadubbi.

Naturalmente l’iniziativa ha un blog, che mi sono letto da capo a fondo: http://ognilunediottobre.blogspot.com. Magari diventerà una piattaforma per il catalogo, già nei piani delle curatrici, che racconterà quella che, di fatto, è stata una mostra collettiva, con un set casalingo interattivo, multimediale e multisensoriale.

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Nel cantiere della Cuccagna

Postato il 03 settembre 2010 da Alessio Baù

Passeggiare nel cantiere di cascina Cuccagna è un esercizio di storia e di fantasia: serve proiettarsi con un occhio al passato – quello che ha segnato gli affreschi pastello, le travi, i pavimenti in cotto lombardo – e uno al futuro. Teorie e pratiche, qui, si stanno fondendo per ridare alla città uno dei suoi complessi agricoli più antichi, sito alle spalle di porta Romana dal 1695.

L’aspettativa è di inaugurare la rinata cascina (il cui nome esatto è cascina Del Torchio: Cuccagna fu assorbito da una vicina struttura con cui i milanesi battezzarono l’intera zona), a inizio 2011.

Caschetto giallo in testa, ad accompagnarmi nel giro esplorativo c’è Paolo, uno dei volontari del cantiere, cresciuto nel quartiere a ridosso di piazzale Lodi. La sua testimonianza è d’interesse specialmente perché lui, da ragazzino, alla cascina veniva spesso. Abitata fino 1991, “era un rifugio – spiega – dove andare per ridipingersi la Vespa o conoscere le storie di chi, viaggiatore, lì passava”. Un luogo di sottile confine.

Lo stato dei lavori fa immaginare che il conto alla rovescia per l’inaugurazione ufficiale vada allungato di qualche zero rispetto alle previsioni, a meno forse che il progetto non riceva un supporto dal piano restauro cascine che dovrebbe partire grazie ai finanziamenti Expo 2015 e in cui cascina Cuccagna non è attualmente contemplata.

Il complesso, di oltre duemila metri quadrati coperti, è stato per secoli gestito dalla confraternita dei frati Fatebenefratelli, che lo sfruttava nella coltura di erbe medicinali, per poi passare nelle mani di una nota famiglia di bottegai milanesi, i Galli, nei primi decenni del Novecento.

Oggi la cascina è accerchiata da strutture residenziali e commerciali, che contribuiscono a farne un luogo diverso e apparentemente alieno. In verità, la zona tutta aveva una vocazione agricola che ha fornito le basi architettoniche, economiche e culturali al quartiere che conosciamo. Le ultime attività agricole che si ricordino risalgono agli anni Cinquanta. Prima, in viale Umbria si sellavano i cavalli e le vicine cascine Graffignana (presente quella casa bassa, dalla faccia stonata, che si vede buttando lo sguardo a sinistra del supermarket Esselunga di viale Umbria?) e Boffalora fungevano da fienili. Molte di queste cascine erano collegate da rogge d’acqua che avevano un punto di sfogo a Porto di Mare, prima che la politica di Mussolini decidesse diversamente, cancellando l’impianto idrico ottocentesco della città.

L’attuale struttura a lettera “E” della cascina risente di svariati maneggi: degli anni Trenta l’ultimo importante, che ha aggiunto un nuovo corpo magazzino. La cascina è divisa in due braccia principali, distinte fisicamente, riflessi di destinazioni di classe diverse: la parte meglio conservata fungeva da spazio abitativo aristocratico. Nella struttura hanno trovato posto nel corso del tempo centinaia di persone, anche se gli affittuari principali sono stati, durante il secolo scorso, soprattutto tre. Dice molto della natura del centro agricolo la storia recente della presenza, in loco, della popolazione eritrea in arrivo a Milano: la comunità qui sostava di passaggio o in attesa di altra sistemazione, dopo la fuga dalla dittatura militare. Si trattava di una comunità nella comunità.

La cascina è divenuta infine proprietà del comune di Milano nel 1984.

Da quasi due anni un comitato di cittadini e associazioni ha deciso di recuperare la cascina, coinvolgendo gli abitanti di Milano e le istituzioni nella corsa alla raccolta di finanziamenti. Per ora le donazioni hanno coperto poco più di metà delle spese. Da ciò che ho potuto vedere sono stati recuperati pannelli e travi del tetto di legno, rafforzato o riparato ex novo, stabilizzate pareti e intonaci, ridato vita alle imposte dei piani superiori, sgomberati gli spazi esterni sottostanti, come il suggestivo magazzino che serviva da deposito per il mercato Verzieri.

Il progetto prevede di adibire gli spazi sottostanti a bottega agricola, fornendo un luogo di mercato a chilometro zero, e di sfruttare quelli superiori per le associazioni attive a Milano e nel quartiere.

Tutto intorno, già ora, un orto urbano, che è anche un giardino dove il cantiere ha il suo fulcro umano e teorico, con laboratori, momenti conviviali e mercatini di prodotti locali. Questi ultimi sono proprio appena ricominciati, ogni martedì dalle 15.30 alle 20.30. Fateci un salto.

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Com’era via della Spiga?

Postato il 30 luglio 2010 da Alessio Baù

Oggi è uno dei maggiori centri dello shopping d’alta moda a livello internazionale. Ma vi siete mai chiesti come fosse, una volta, via della Spiga?

Ho fatto qualche ricerca e ho scoperto che la strada era uno dei quartieri artigiani della vecchia Milano. La via mi ha incuriosito fin dal mio arrivo in città: dietro alla patina del lusso esagerato e dei negozi c’è, nelle forme, un calore diverso, che abbozza un’origine caratteristica e una antica vivace socialità, ora sopita.

A tessere lo spirito della strada, almeno fino al boom economico di metà secolo, erano piccoli bottegai e artigiani: “Se via Monte Napoleone era il paseo dello shopping, via della Spiga era quello della spesa“, ha scritto, qualche anno fa, l’editore Giovanni Gandini nella prefazione del volume “I locali storici di Milano”.

Alcuni ateliers di moda, lì, già esistevano negli anni Trenta, e i maggiori si affacciavano anche sulle adiacenti via Senato o via Santo Spirito. Soprattutto, però, vi trovavano posto ortolani e vetrai, vinai e cestai, un cartolaio, alcuni caratteristici bar osteria e bottiglierie, il forno dei Guffanti e quello dei Mandelli, che profumavano la strada di veneziane allo zucchero.

A pochi passi dal civico numero uno, che diversi anni dopo sarebbe diventato sede redazionale della rivista “Linus”, vi erano un fruttivendolo e, poi, un singolare negozio di lucidi da scarpe e scopini, la cui mascotte era una gallina bianca tenuta libera ma legata, con un pezzo di corda, al bancone d’entrata.

I ricordi dell’epoca restituiscono l’impressione di un microcosmo milanese operoso, piccolo e medio borghese, artigiano e curioso, autodidatta e fiero. A scandire le ore di via della Spiga odori e suoni: i primi provenienti dai retrobottega dei laboratori, dove gli operai riscaldavano le vivande portate da casa al lavoro, o lavoravano il cuoio; i secondi dalle classi delle scuole elementari del civico ventinove, frequentati da centinaia di bambini in grembiule nero che, dopo l’una, invadevano disordinatamente il quartiere, diretti in via Palestro, o ai Giardini di Porta Venezia, allo zoo comunale o a sbirciare nelle varie bottegucce di zona.

Se passate per via della Spiga, allora, provate a dimenticarvi per qualche minuto delle vetrine d’alta moda. Usate tutti i sensi: forse ci saranno delle sorprese.

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Le mura di San Vittore non parlano più

Postato il 08 aprile 2010 da Alessio Baù

Fino a pochissimi anni fa le mura esterne del carcere di San Vittore parlavano un linguaggio tutto loro, costruito da parole e disegni.

Per metri e metri, lungo piazza Filangieri, queste mura (casa per circa 1400 detenuti) facevano da messaggero, in qualche modo, fra esterno e interno, in un dialogo a tratti misterioso, di sicuro aspro, solcato da promesse e invettive, minacce e speranze. Quasi inspiegabilmente, vista la presenza costante del personale di vedetta, questa dialettica ha proseguito il suo corso per anni e anni, con le pareti esterne di San Vittore a fare da carta ruvida per gli spiriti più diversi.

Periodicamente le mura venivano ripulite, ma mai integralmente o definitivamente: alcuni segni sparivano, altri invece rimanevano, in uno strano equilibrio non dichiarato e francamente complesso da comprendere sino in fondo, ma che, di fatto, resisteva, rendendo quelle pareti vive: con occhi, orecchie, braccia. Erano testimoni di vite e tensioni. Le trovavo sensate, per quanto violente; trovavo sensata la loro esistenza.

Poi, l’amministrazione guidata dal sindaco Letizia Moratti ha impugnato bellicamente la causa anti writer: nel contesto della campagna “I lav Milan”, anche le mura di San Vittore hanno perso quella voce. Una città pulita piace a tutti, questo è sicuro. Ma quelle premesse hanno avvallato azioni fortemente criticabili. È di questi giorni la notizia del via al processo penale (sì, l’anno scorso sono state inasprite le pene per il reato di imbrattamento, articolo 639 del codice penale) contro il writer “Bros”, conosciuto a Milano per i suoi murales urbani, considerati di forte interesse artistico. Il comune si è costituito parte civile, accusando “Bros” di aver realizzato graffiti abusivi sui alcuni edifici del centro, fra cui proprio le mura esterne del carcere di San Vittore. Chiedo: sotto quale lente vogliamo parlare di decoro, di scelte di pulizia e funzionalità?

La notizia del processo a “Bros” mi ha fatto ritornare alla mente proprio quelle mura. Certo rappresentano un caso estremo ma le riflessioni, su questo di cui scrivo, sono tutto sommato mancate.

Nel 2007, un collettivo molto interessante di artisti di Milano, Alterazioni Video, ha realizzato un lavoro proprio dedicato alle parole di San Vittore. Si tratta di una lunga carrellata video, “Painting” (pittura o scrittura, dunque?), che testimonia la progressione di questa evoluzione e involuzione di scritte, censure, scritte, censure. Lo potete vedere cliccando qui. Surreale, nel suo essere crudemente reale.

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Social Milano #1

Postato il 18 marzo 2010 da Alessio Baù

Social Milano racconta dei luoghi e dei momenti di socialità di questa città.

L’unità di misura è il cortile. Milano è una città di cortili. La si scopre pezzo per pezzo calpestandone le strade e guardando tutto col naso in su, come fosse sempre la prima volta. Qui i particolari aspettano di essere osservati e testimoniati: sbucano da una passeggiata in Bovisa, da una conversazione sul 12, da una pausa pranzo a Isola; sono punti di una rete.

Milano non ha etichette che la descrivano, piuttosto sfumature. La sua vita metropolitana si declina in toni e voci di cui questo blog è in ascolto.

Benvenuti! Per sapere qualcosa su di me si può cliccare qui.

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