Archivio | Scatti speciali

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C’è un sommergibile a Milano

Postato il 07 ottobre 2011 da Alessio Baù

Il 24 settembre scorso sono stato all’Open Day del Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, grazie all’invito di un amico. In cinque anni qui, non c’ero ancora mai andato.

Il museo è una favola, qualcosa di cui questa città può andare fiera e che dovrebbe mettere maggiormente in risalto. Al suo interno c’è anche un sommergibile. Un intero sommergibile. Il “Toti”. Lui.

Ieri ho fatto visita a Guido Tommasi, che ha la sua redazione a pochi metri dal museo, in zona S. Ambrogio. Quasi per caso al centro della nostra conversazione è finito lui, il “Toti”. E, da editore quale è, Guido Tommasi mi ha raccontato la storia di come nel 2005 questo gioiello della tecnica sia arrivato dal mare a Milano, attraversando tutta la città. Per farlo passare hanno dovuto sradicare semafori e costruire ponti capaci di reggere 500 tonnellate. Un grande lavoro collettivo.

Su YouTube ho trovato due video che testimoniano quel surreale viaggio notturno del sommergibile nel cuore della pianura Padana. Unico.

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Quello che abbiamo a lungo sperato

Postato il 28 maggio 2011 da Alessio Baù

Chiude con 70.000 persone la campagna elettorale di Giuliano Pisapia.
In bocca al lupo per lunedì, Milano!

Aggiornamento 06/11: la campagna Giuliano Pisapia sindaco per Milano riassunta in 200 scatti.

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Il meglio dei palazzi di Milano non è all’esterno

Postato il 20 febbraio 2011 da Alessio Baù

[La dedica di Paola Bonini alle scale del mio palazzo, ieri sera al #gruppobau]

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Il tram che ha fatto storia (San Francisco può attendere…)

Postato il 26 dicembre 2010 da Alessio Baù

Pochi giorni fa due amici che ho conosciuto in Sudafrica sono venuti a Milano a trovarmi. Per loro, qui, tante prime volte: la neve, la pizza napoletana (c’è, in via Anzani) e… il tram.

Qualcuno non ci farà neanche più caso. Ma per chi, da fuori, mette gli occhi su Milano, la città diventa memorabile anche per i suoi “1928”, i più suggestivi tram ATM, quelli che San Francisco – forse più capace di noi nel promuoversi – ha reso veri e propri simboli delle sue strade. In effetti ho dovuto persino spiegare loro che – sì – il tram su cui viaggiavamo era tutto autoctono e che era San Francisco ad usare i mezzi milanesi, come in un copia-incolla.

E, per altro, lo sapete che anche in Centro America e in Afghanistan vengono riusati pezzi della flotta ATM? Gli Euro 2, per la precisione. Fra tutti, però, il mito dei “1928”, conosciuti anche come “Carrelli”, rimane insuperato.

Siamo sinceri: saranno anche gelidi d’inverno, rumorosi e bruschi nelle curve (reggersi, mi raccomando), ma sono di un bello romantico; con quei piccoli lampadari a coppa in fila sul tetto, le listarelle di legno scuro e tutti i particolari di un’epoca passata (“Non sputare dal finestrino”, dice una targhetta). Mi capita spesso di prendere la linea 12 che assieme almeno alla 23 e, fino a qualche settimana fa, alla 29/30, usa ancora il vecchio tram arancione, specialmente di sera. Quando lo vedo sbuffare verso la mia fermata, mi vien da sorridere. Avessi un cappello, abbozzerei all’autista uno sventolante cenno borghese, da lontano, come una volta.

La gloria dei “1928” era nata subito, a ridosso della loro messa in servizio, nel 1929 (quasi un secolo fa). In due anni i “1928″ si moltiplicarono di cinquecento unità, trasformandosi in attori del panorama milanese. I bombardamenti del 1943 danneggiarono solo uno di questi esemplari e il risultato contribuì a rafforzarne fama e longevità. D’altronde fin dal loro esordio a fine Ottocento i tram avevano conquistato posto nel cuore dei milanesi: piazza Duomo era proprio il punto di smistamento dei mezzi, grazie al suo “Carosello” di rotaie, da cui passavano i tram (e persino i cavalli, sino al 1893, anno del primo mezzo elettrico), affollatissimi. Con l’aggiunta di filobus (1933), autobus a gas (1939) e infine con la diffusione di corse in Circonvallazione Esterna, negli anni Cinquanta e Sessanta, il sistema dei trasporti pubblici milanesi assunse di fatto un ruolo istituzionale nel tessuto urbano.

Di recente ATM ha concesso per un paio di giorni la possibilità di visitare liberamente quattro dei suoi depositi (Molise, Messina, Teodosio, San Donato). Quello di viale Messina è il più spettacolare. Concepito dall’ingegnere Foscarini nel 1904, si tratta di un interessante esempio di architettura industriale milanese, luminoso e di respiro contemporaneo.

Qui è conservato il tram più vecchio di Milano restaurato, il tram Carminati e Torelli, del biennio 1922-1924. 75 posti, di un giallo pallido, con gli interni in legno, soffitto incluso, vetri satinati, tapparelle antisole e rifiniture ricercate. Mentre lo perlustravo, si è seduto accanto a me un signore che su quel tram aveva viaggiato da bimbo. Mi ha parlato del bigliettaio che vigilava dal suo spazio accanto ai passeggeri e di quando, di tanto in tanto, l’autista chiedeva a tutti i presenti in tram di scendere e dare una mano a spingere, quando le giunture facevano i capricci.

A chi cerca, Milano trova sempre modi originali di raccontarsi.

Altre foto dei depositi ATM di viale Molise e viale Messina sono qui.

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A Clifton Beach

Postato il 19 giugno 2010 da Alessio Baù

A Clifton Beach ho sepolto un pezzetto di cuore: http://www.flickr.com/photos/alessiobau.
Thanks Robert for this picture

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L’Africa è un leone

Postato il 16 giugno 2010 da Alessio Baù

I primi quattro giorni di Sudafrica mi hanno fatto intuire quante sfumature e fragilità, passioni e contraddizioni innervino la struttura di questo Paese. Il solo passaggio dalla ruvida Johannesburg alla città-mosaico di Cape Town mostra due universi fra loro molto distanti.

Le bandiere nazionali in questi giorni si perdono a vista d’occhio, tanto a Johannesburg come a Cape Town, di plastica, di stoffa, dipinte sui visi dei ragazzi più giovani, come un bacio di riconoscimento sulla guancia. La festa è iniziata e sono soprattutto le persone di colore della classe media a farne da cassa di risonanza, perché l’occasione dei Mondiali è, a quanto mi hanno spiegato alcuni di loro, semplicemente unica: ha portato lavoro, innanzitutto, e ha permesso di aprire il Sudafrica al mondo. Il tempo dirà quanto di concreto c’è nell’entusiasmo della gente.

La meraviglia e la ferocia di questo Paese me l’ha mostrata, in un solo giorno, Johannesburg.

La visita al Lions Park, quarantacinque minuti fuori città, è stata quasi un safari. Dimenticatevi gli zoo: lì un guardiano tiene d’occhio dieci leonesse usando un bastone di legno, poco altro. I leoni sono animali placidi e impressionanti, docili alla vista, eppure spaventosi. Emanano un odore pungente. Con un salto annoiato hanno mangiato la piccola bandiera che sventolava appesa sulla portiera dell’auto. I cuccioli graffiano le mani; hanno un pelo ruvido che si fa accarezzare solo se si usa decisione e mano ferma, e degli occhi che ti mangiano, o ti hanno già mangiato. Sono meraviglia e ferocia, tutte mescolate.

Nello stesso giorno, poche ore dopo, ho visto scoppiarmi in faccia la ferocia degli uomini. A guardare me e i miei compagni di viaggio c’era il paesaggio dell’ex miniere d’oro; più in là i leoni, poi una township di collare a Jo-Burg. Un piccolo pretesto (una precedenza non data su una strada vuota) e l’automobile su cui viaggiavamo è stata bloccata da un’altra; tolte le chiavi, sberle all’amica autista, urla, rabbia, tantissima, ingiustificata. Improvvisamente siamo stati schiacciati dalla realtà di un Paese che è ancora evidentemente difficile.

Ne siamo usciti bene, nonostante le premesse violente. Ci siamo ripresi le chiavi che ci avevano staccato dal cruscotto (la nostra autista è riuscita a far capire che si era trattato di “un disguido”) e siamo andati via. Intorno ragazzini giunti a vedere quella rissa, senza capo né coda, nata senza un motivo e continuata anche dopo la nostra ripartenza, a catena, in una inspiegabile logica a catena. Ho visto la rabbia sul viso di quelle donne scese dall’auto a inveire contro di noi, una rabbia feroce. Forse che nell’auto ci fossero due bianchi (io e l’amica Madlen) non è stato d’aiuto. “Ci sono persone che non riescono a lasciare andare il passato”, ci ha spiegato l’autista, poi, una volta lontani. Forse è stata un po’ anche colpa nostra. Noi coi nostri laptop, loro con un bastone di ferro a gridare la rabbia di aver perso – così hanno detto – un cugino in un incidente, la mattina prima.

Il Sudafrica mi sembra un Paese incredibile. I sudafricani generosi e amabili, in genere: ci stanno aiutando in qualsiasi modo immaginabile. Ma l’Africa è fatta anche di vulnerabilità e di ferocia, che scoppia senza preannunciarsi. Il leone ti guarda e ti lascia passare, o magari ti mangia la testa. L’Africa è un leone. Si fa amare e può fare paura.


Sono felice per il Sudafrica, perché nonostante tutto l’occasione sportiva che stanno vivendo gli può fare bene, dare uno sguardo sul futuro meno rabbioso. I problemi sono ancora tantissimi, ma le energie che si respirano innumerevoli. C’è voglia di essere un Paese nuovo, ma c’è la paura di ricadere nei solchi che la storia qui ha scavato profondi. Stiamo a vedere.

Ci sentiamo su Twitter, da Cape Town.

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