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Nordic Techpolitics 2011: Oslo vuole più democrazia e la tecnologia non sta a guardare

Postato il 19 settembre 2011 da Alessio Baù

Attorno alle mura esterne della cattedrale di Oslo ci sono migliaia di rose, in fila, appoggiate alle pareti. Le rose appassite formano uno strato di humus verdastro sopra cui con costanza altre rose fresche vengono adagiate, in un rituale che ai miei occhi è parso disordinato e insieme logico e composto. Dentro la cattedrale, a fianco del pulpito da cui il pastore – una donna – celebra la sua liturgia una parete raccoglie fogli di carta pieni di cuori disegnati. Ai norvegesi piace usare la forma del cuore, te la ritrovi ovunque e anche fuori dalla cattedrale si incontra un cuore enorme, di legno, piantato nella terra umida di pioggia, con sopra inciso: “L’amore è più grande di qualsiasi altra cosa”.

Fra le persone che ho incontrato nei giorni scorsi a Oslo, per lo più partecipanti alla Nordic Techpolitics conference per cui sono venuto per la prima volta in Norvegia (assieme ad Antonella Napolitano, editor europea di PdF), sono in poche a non conoscere qualcuno che ha perso un amico o un parente nella strage del 22 luglio. L’auspicio che ho sentito ripetere da chiunque abbia nominato quel categorico “after July 22” e abbia cercato di raccontare com’è la Norvegia dopo lo shock, è stato che la strage possa per contrasto spingere le vele della democrazia a soffiare più forte e in modo più trasparente. Lo aveva detto esattamente il primo ministro Jens Stoltenberg, dopo quelle ore orrende: “More openness, more democracy”. I cittadini sono con lui e si sente. “Ognuno di noi può costruire una democrazia più forte”, aveva detto. E il suono di quelle parole, a Oslo, echeggia.

Naturale dunque che Bente Kalsnes, l’organizzatrice della prima conferenza dedicata alle intersezioni possibili fra politica e tecnologia nei Paesi del Nord Europa, abbia deciso di porre la sua creatura sotto questa lente, per investigare cosa significhi auspicare “più democrazia” oggi in Norvegia, forse uno dei Paesi più avanzati del mondo sul fronte dei diritti civili. D’essere in una culla di civiltà ho avuto una conferma quando chiacchierando con dei neo-genitori ho scoperto che come sostegno da parte dello Stato per il loro bambino hanno un sussidio mensile (“child care”, fino ai 18 anni) e che mamma non può prendersi la cosiddetta maternità se anche papà non prevede di prendersi la cosiddetta paternità, prima o dopo il partner. Lì sono banalità. Viste dal punto di vista italiano, delle enormità.

We Government

È stato Andrew Rasiej di Personal Democracy Forum, ospite americano, ad aprire Nordic Techpolitics fissando i termini del dibattito, dandoci una chiave di lettura fondamentale sull’attuale scenario e sugli sviluppi prossimi. “Non dobbiamo parlare più di e-government – ha spiegato – ma di we-government”. Che chi ci governa sfrutti la tecnologia per dialogare con i cittadini è dovuto ma non sufficiente e “more openness, more democracy” vuol dire dotare le persone di informazioni e servizi da poter liberamente usare, trasformare, riempire di significati, rendere a loro volta disponibili ad altri cittadini attraverso la tecnologia. Diversi gli esempi pratici già analizzabili: inglesi (http://www.fixmystreet.com), americani (http://www.cabsense.com),  africani (il famosissimo http://www.ushahidi.com, open source e declinato in vari progetti nel mondo), scandinavi (i servizi annessi al sito della città di Stoccolma l’hanno reso la città la più accessibile al mondo) e così via.

“Non serve reinventare la ruota”, ci si è detti spesso durante Nordic Techpolitics, ed è proprio vero. Informazioni su quello che ci circonda vengono già prodotte da governi, enti pubblici e privati, centri di ricerca e così via. Servono persone capaci di decifrarle – per renderle comprensibili e facilmente disponibili – e occorre infine educare i cittadini all’uso e all’importanza degli “open data”. Su questo egregiamente fanno da timone gli studi della Sunlight Foundation presente a Oslo col suo co-fondatore Michael Klein. Håkon Wium Lie di Opera software, ha risposto così alla domanda “Why data should be public?”: 1) abbiamo già pagato per queste informazioni, sono nostre 2) chiederle risponde a un principio democratico 3) usarle apre nuovi scenari business.

Birgitta Jonsdottir e Bård Vegar Solhjell

Birgitta è una poetessa e un’attivista. Sul palco di NT è arrivata con un fiore giallo infilato nel caschetto nero. Nell’aprile 2009 è stata eletta nel Parlamento islandese (col suo “Movimento dei Cittadini”) del dopo crisi ed è diventata la promulgatrice di una legge che sta cambiando il mondo, l’IMMI. Birgitta ha lavorato per rendere il suo sogno di “more democracy” (e quello dei suoi collaboratori e ispiratori, fra cui si conta anche Julian Assange di Wikileaks) una realtà: così, di fatto, l’Islanda si sta trasformando in un rifugio sicuro per la libera espressione su Internet, terra digitale dove non contano le leggi repressive. Massima protezione. “Su Internet siamo spesso usati solo come utenti e consumatori, non cittadini. La vera sfida odierna è la difesa dei diritti online” ha spiegato lei. IMMI raccoglie il meglio della legislazione mondiale in materia di libertà d’espressione. “Sono ancora incredula – ha confessato – che il Parlamento abbia accettato la mia proposta di legge”. Invece, nella piccola e rivoluzionaria Islanda, è successo. E in fretta. Il fattore temporale è stato determinante per portare a casa il risultato. Ora è in corso la fase di assestamento legislativo per adattare la Costituzione a IMMI. Nel giro di un anno quel sogno sarà realtà, a occhi aperti. I server islandesi si apprestano a divenire una fortezza della ragione, in questo terzo millennio. Anche se il Parlamento islandese è “un po’ troppo lento” per Birgitta, alla fine dovrà stare al suo passo.

A confrontarsi con lei, sul palco di Nordic Techpolitics, Bård Vegar Solhjell, testa, nel Parlamento norvegese, del Socialist Left Party. Quarant’anni, già ministro dell’educazione e della ricerca, è sicuro dell’importanza di “presentare chiaramente i fatti” e della forza dell’argomentazione contro ogni forma di estremismo. Interpellato su come fare a portare il tema degli open data nell’agenda dei politici, ha risposto: “Dovete farlo voi. Dovete votare solo quei politici che conoscono la materia e ne parlano, che organizzano interventi sulla trasparenza in democrazia”. Sprofondato nella sedia, ho preso appunti. Dal Paese dove il primo ministro dice “Gògol” al posto di “Google”, anche questo è stato un altro piccolo shock culturale.

Attivismo e social media: primavera rimandata, in Norvegia?

Su quanto stiano influendo i social media circa i livelli di partecipazione democratica e di coinvolgimento politico attivo dei giovani nel Paese scandinavo, ho raccolto due opposte ipotesi. Il dibattito si concentra in particolare su Facebook, che in Norvegia viene utilizzato da tutta la popolazione di età compresa fra i 15 e i 30 anni ed è il social media numero uno, in testa a YouTube, Wikipedia, Twitter e Linkedin. Secondo le ricerche di Bernard Enjolras (Institutt for Samfunnsforskning) Facebook viene usato da un numero crescente di giovani (16-26 anni) non solo come strumento di informazione – è stato in assoluto la prima fonte di notizie circa la strage del 22 luglio, per il target considerato – ma come mezzo di mobilitazione: le dimostrazioni seguite alla tragedia hanno visto una partecipazione in ascesa di pari passo alla diffusione in crescita del passaparola sulle manifestazioni emerso su Facebook. All’opposto, secondo Petter Bae Brandzæg (del centro di ricerca SINTEF), nessuna crescita significativa è in atto: fra i suoi 4400 intervistati, infatti, quanti hanno nominato la politica come ragione utile per usare i social media, nel corso di questi anni? Nel 2007 lo 0% dei giovani, nel 2008 il 14%, nel 2009 il 13%, nel 2010 il 13%. È evidente quanto la situazione norvegese sia diversa da quella dei Paesi protagonisti della primavera araba: un’analisi organica è ancora prematura. Incoraggiante che il fenomeno venga fatto a pezzi e studiato per essere posto al centro delle agende politiche.

Bambuser e la rivoluzione in un “rec”

Forse alcuni di voi già conoscono Bambuser. Se non fosse così, cliccate nel box video della sidebar di questo blog e vedrete subito di cosa si tratta. Il servizio di mobile-streaming, che esiste dal 2007 (ben prima dell’era iPhone), è oggi usato in 190 Paesi. Dato che le Nazioni Unite contano 193 Paesi mi piace pensare a Bambuser come a un tecnologico missionario di pace, un diffusore di democrazia. Il giorno prima della conferenza norvegese ho avuto il piacere di conoscere la persona che si è inventata tutto questo: Måns Adler. Brillante ragazzo svedese di trent’anni, testa piena di riccioli rossi, uno che fra dieci anni sarà forse il papà di qualche meraviglia tecnologica quotidiana. Con un suo amico del posto mi ha portato in un bar di Oslo a bere un drink accompagnato da una zuppa – pare sia usanza locale – e siamo finiti a parlare di politica italiana (“Non va così male come in Grecia, però la situazione è pessima, vero?”). Måns si è immaginato Bambuser nel corso del 2006 col preciso desiderio di democratizzare i servizi broadcasting abbattendone i costi di produzione. “Volevamo restituire in video un livello emozionale di condivisione sociale che i canali tradizionali non soddisfacevano”. L’uso di Bambuser è esploso l’anno scorso, in Egitto. A maggio l’attivista Ramy Raoof manda in live streaming dal suo cellulare le immagini della repressione del governo. La polizia ritira i cellulari, ma Ramy ha già vinto una prima battaglia: il video viene usato in un processo a difesa del movimento di protesta. Nel giorno delle elezioni, lo scorso novembre, sono 10.000 i video che vengono caricati da cittadini egiziani sul territorio, quasi una forma di controllo e testimonianza diffusi. Il 28 gennaio 2011 Bambuser e Twitter sono i primi due servizi a essere tagliati dal regime, prima del totale oscuramento di Internet a rivoluzione in corso. Anche a Oslo, lo scorso 22 luglio, è di un ciclista il primo video reportage video dal luogo dell’attentato: la televisione danese intercetta lo streaming e lo rilancia in pochi minuti. Il concetto di “inviato” è così più ricco e sfaccettato. Cosa significhi letteralmente “Bambuser” Måns lo spiega qui, se siete curiosi. Mi piacerebbe molto portarlo in Italia, a parlarci della sua idea di giornalismo e partecipazione. Qui non è mai stato. E si aspetta un invito.

Un articolo di Antonella Napolitano sulla conferenza si può leggere qui.
Altri post sono su Pdf Europe
. Qualche scatto da Nordic Techpolitcs si può scaricare da qui.

Al prossimo anno.

English version

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Una settimana d’inverno a Parigi: dieci cose da fare

Postato il 13 gennaio 2011 da Alessio Baù

“Milano è una seconda Parigi”. Ha scritto queste parole, Oscar Wilde, in una lettera alla moglie durante uno dei suoi viaggi europei. Qualcuno arriccerà il sopracciglio, al paragone. C’è un secolo di cambiamenti (e di decadenza), nel mezzo. Ma l’occhio colto dello scrittore inglese ha fotografato qualcosa, secondo me, di reale. Una assonanza, fra le due città.

Sono stato a Parigi. Finalmente, dopo che ogni occasione precedente era sfumata lasciandomi solamente a immaginare la città (e a sbirciarla, al massimo, su Google Maps), l’ho vista e vissuta. E ho finito per comprendere meglio quell’impressione di Wilde, rubata a un Sellerio della mia libreria. Forse, ora, la correggerei così: “Milano è una piccola Parigi”.

Naturalmente bisognerebbe viverci molto più tempo, per vederne a fondo le ossa. Ma l’attitudine alla ricerca che mi sforzo di usare con Milano, ha trovato a Parigi canali di navigazione facili e, proprio per questo, belli da raccontare.

Partivo da qualche buon consiglio, come quelli di Sara Maternini e di Sara Porro, due blogger che, sull’argomento, hanno ben in mente cosa dire, e quelli di altri amici prodighi di idee, su Twitter e Friendfeed. Ma una settimana a Parigi significa, soprattutto, calibrare una propria personale bussola di orientamento. Pochi i punti di riferimento nella mia mappa, solo isolette urbane a cui girare attorno, per perlustrarne angoli e cortili. La stessa struttura degli arrondissment ricorda in verità quella di un cerchio che spezza lo specchio d’acqua di uno stagno, formando una spirale.

È naturale, a Parigi, lasciarsi intrattenere da ciò che si incontra. E allora, via. Quelli che seguiranno sono brevi appunti di viaggio. Scritti coi sensi spalancati. Cosa fare avendo una settimana d’inverno da passare a Parigi?

Ho scelto dieci cose (si mangia, soprattutto – siamo in Francia!).

Sbagliare gli ordini, a Le Bouillon Racine (3, Rue Racine)

Questo ristorante ha tutti i colori del liberty. Fatevi portare al piano superiore, dove la sala è un mosaico di specchi, ottoni e tempere verdi, beige, crema. La cucina è piuttosto tradizionale. Qui si va, in genere, sul sicuro, a patto che sappiate un po’ di francese, dato che i menù sono poco accessibili a un pubblico internazionale e i camerieri non esattamente dei grandi comunicatori. Se scegliete il plat du jour non fate il mio errore: chiedete bene di cosa si tratta (le mie erano trippe alla francese e io, poi, non ce l’ho fatta, mi son consolato col purè). In sintesi: rifatevi gli occhi, ma solo dopo aver ordinato.

Contare le ossa della santa, a Saint Séverin (3, rue des Prêtres Saint-Séverin)

A tre passi da Notre Dame, lasciandosi la cattedrale sulla sinistra e percorrendo Rue des Pretres Saint-Séverin, si incrocia la chiesa di Saint Séverin. Si fa notare meno di quanto dovrebbe, a causa dell’ingombrante vicina. A suo tempo, questa, era la chiesa preferita dagli studenti universitari de La Sorbonne. Un intero romanzo storico potrebbe essere ambientato dentro questo piccolo gioiello, tanto è antico e misterioso. Le vetrate sono pennellate di colore. A sbirciare le cappelle lungo il perimetro della chiesa, si incontra anche una vetrinetta dovo sono presenti – narra il mito – alcune ossa di Sant’Orsola. Pare che in tutta Europa ci siano migliaia di ossa attribuite al corpo della santa. I parigini però mi hanno convinto: queste son quelle vere, dai…

Grigliare al tavolo, a Les Fondus de la Raclette (209, Boulevard Raspail)

Forse tornerete a casa coi vestiti insaporiti al Beaufort, ma questo posto riscalda lo spirito. Chiassoso, affollato e assolutamente non-chic, a Les Fondus (che si trova anche in Rue Joseph Dijon e in Avenue Parmentier) si possono ordinare formaggi e carni da far fondere o abbrustolire direttamente al vostro posto. Lo fate proprio voi, forchettone in mano, grazie alle piccole griglie incastrate al centro dei tavoli. La Fondue Savoyarde è forse il piatto forte: una terrina con dentro formaggio comté, beaufort ed emmenthal, sciolti insieme in una crema deliziosa con cui caricare gli infiniti crostini. La brasérade di manzo è un tagliere ricco e gustoso. Tutto decisamente invernale. Qui niente cene romantiche, mi raccomando.


Scegliere il macaron preferito, alla pasticceria Pierre Hermé (72, Rue Bonaparte)

I macaron francesi sono arrivati da qualche mese anche a Milano, dopo l’apertura di Ladurée. Prima ancora, già il pantagruelico Peck proponeva i suoi macaron ai milanesi. Ma solo a Parigi c’è lui, Pierre Hermé. Qualcuno descrive l’esercizio come la migliore pasticceria del mondo. Infatti fuori c’è la fila. Mi ci sono avventurato la mattina del mio compleanno, per festeggiare a dovere, coi migliori dolcetti in circolazione. Sara Porro su Dissapore ne ha proposto recentemente una mirata e religiosa degustazione. Non sono stato altrettanto ligio, ma il mio preferito sì, l’ho trovato. È francesissimo: macaron gusto crème brulée. Ti conquista fin dal colore, pastello tenue. Aver spazzolato gli altri senza ricordarmene troppo fa di me una brutta persona?

Prendere l’ascensore nel palazzo dei sogni (1, Rue des Fossés-Saint-Bernard)

Vicino a Pont de Sully, sulla Senna, si trova uno dei palazzi più incredibili della città: l’Istituto del mondo arabo (Institut du Monde Arabe), nato, dalla volontà di diciotto Paesi arabi e della Francia, di realizzare un luogo di studio, confronto e conoscenza della cultura araba. La struttura, realizzata negli anni Ottanta, è viva: oltre ai vetri esterni, possiede una pelle di metallo intarsiata di forme geometriche che cambiano a seconda della luce. Come tanti occhi, si trasformano creando effetti di luci e ombre diversi all’interno della struttura, richiamando le medesime atmosfere tipiche dell’urbanistica araba. Salite nell’ascensore trasparente, godetevi la perfezione dei nove piani dell’istituto (ci sono biblioteche, musei…) e infine raggiungete, in alto, il ristorante con una delle più belle viste panoramiche di Parigi. La cucina, libanese, è impeccabile e i vini sono stati fra i migliori assaggiati durante la mia vacanza. Non è economico, ma ha il merito di concedere una serata veramente piacevole, cullati in tutto, sul tetto della metropoli.

Fare amicizia a una taverna giapponese, nel quartiere Rue Sainte Anne (Rue Sainte Anne)

Tra il museo Louvre e l’Opera, si trova Rue Sainte Anne, una lunga strada che conduce all’interno di un piccolo quartiere tutto giapponese. Quando si ha voglia di sushi o di zuppe di udon, a Parigi si viene qui. L’unico imbarazzo è nella scelta del posto: sono troppi. Lo stile è quello promesso dall’esterno: puramente giapponese, spartano nelle sembianze e nei modi. Queste taverne sono tendenzialmente piccole e affollate (è il marchio parigino) e capita dunque di mangiare in un tavolo con tanti sconosciuti. È una buona occasione per fare amicizia con i compagni di cena, che sono delle più disparate zone del mondo. Hallo, salut, ciao…

Spendere poco mangiando benissimo, a Les Papilles (27, Rue d’Alsace)

Una dritta su questo posticino mi è arrivata dalla bravissima Sandra Salerno. Difficile scovarlo (neanche Google aiuta, incredibilmente). È a fianco della stazione Gare de L’Est, alla fine di una stradina senza particolari attrazioni di richiamo. Il posto si introduce senza pretese, minuto, con qualche addobbo di troppo. Umanità varia, di quella che ti aspetteresti descritta in un libro di Banana Yoshimoto. Appena si entra verrebbe da dire “permesso?”. Quattro entrées e quattro plats fra cui scegliere, coi grandi classici della cucina francese (come l’anatra, accompagnata dalle mele caramellate), firmati da una garbatissima signora. Tanta è l’arte, probabilmente, che non si vede. Ho speso ventidue euro a cena, tutto incluso. Rendo l’idea?

Passeggiare la notte nelle strade più belle, dietro Notre Dome (rue des Barres)

A scoprire le strade più belle di Parigi, da percorrere la notte, mi ci hanno portato, quasi per mano. Si parte dalla schiena di Notre Dome, passandoci a fianco, puntando alle isole della Senna. L’Ile de Saint-Louis è una delle zone più care di Parigi e non si fatica a capirne le ragioni. Attorno all’isolotto, barche. Il consiglio è di sfiorarle (passando per Pont Louis Philippe) e di andare a Rue des Barres, piccola strada, piena di silenzi e scorci incantevoli, che conduce nella zona del Marais, dove ci sono forse i migliori locali della città. Come La Belle Hortense, in 31, rue Vieille du temple: libri, vini, caffè, atmosfera.

Sentirsi in un’altra epoca, a Le Procope (13, Rue Ancienne Comédie)

Le Procope è un ristorante aperto dal 1686 (!). L’ambiente è caldo, in particolare al piano superiore, dove si trova posto fra mobili e tappezzerie d’altri tempi, come in una vecchia villa al centro della città. Buon cibo, specialmente i dolci: qui il profiterol lo servono accompagnato da una caraffa piena di cioccolato fuso (potete immaginare la gioia). Male i vini, ma l’esperienza è il giusto compromesso fra una cucina di buona qualità (pesce, manzo ed escargot le specialità) e un locale tipico, molto popolare senza essere troppo turistico. Grazie a Priscilla per la dritta!

Baciarsi a occhi chiusi, al Duc des Lombards (42 Rue des Lombards)

Un posticino coi fiocchi. Al Duc des Lombards si esibiscono i maggiori artisti del genere jazz, quando sono in visita a Parigi. La vera chicca, secondo me, spunta ogni venerdì e sabato sera. Andateci, dopo mezzanotte, quando cercate un posto che vi coccoli. A quell’ora il palco è aperto agli artisti che vogliono, liberamente, partecipare a una jam session.  Si alternano così musicisti e band diverse; le formazioni si mescolano, creando inedite collaborazioni e dando corpo a un repertorio vario, divertente e romantico. Bello baciarsi avvolti dalle atmosfere intime del Duc des Lombards. È Parigi proprio come la immagini, come la vuoi ricordare.

Di luoghi da raccontare ce ne sarebbero molti altri (la Moschea di Parigi, da visitare quando si ha voglia di sorseggiare un bollente tè alla menta; la biblioteca del centre Pompidou, dove vale sempre la pena fare la fila; Rue Poulet, la via delle parrucchiere; Rue des Rosiers, dove c’è il meglio dello street food ebraico, falafel a volontà…). Mi fermo.

So che ci tornerò. Parigi, come una Milano in grande, ha bisogno di ricerca per svelare tutte le sue suggestioni. Usate questo post come traccia su cui innestare i vostri punti cardinali… Buon 2011!

[Le mie foto di questo giro a Parigi]

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A Radio Popolare, ripercorrendo il Sudafrica

Postato il 01 luglio 2010 da Alessio Baù

Potete riascoltare qui il mio intervento di qualche giorno fa a Radio Popolare in “Mama Sudafrica”, trasmissione ideata e condotta da Luca Gattuso, Chawki Senouci e Niccolò Vecchia. Qualche minuto per ripercorrere il Sudafrica che ho visto nel mio viaggio.

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Con la musica sulla punta del mondo

Postato il 23 giugno 2010 da Alessio Baù

A Thousand Words, il blog internazionale di Kodak, ha ospitato un mio post di ricordo dell’esperienza sudafricana. Posto qui la versione italiana dell’intervento.

Qualche giorno fa sono stato a Cape Point, sulla punta dell’Africa. Davanti a me avevo solo l’Oceano Atlantico, che mi raccontava la lunga storia del continente. Dietro di me, un intero popolo affacciato, per un mese, sul resto del mondo. È stata una sensazione unica: di qui il silenzio del mare, di là il rombo della festa e io, nel mezzo, a osservare.

Quella delle vuvuzela è una metafora azzeccata per raccontare il tenero entusiasmo dei sudafricani in queste settimane: li presenta in una delle loro migliori attitudini, quella al ritmo, alla risata e alla musica. Per loro questo è un mese speciale: a giugno si ricorda l’avvio della prima presidenza di Nelson Mandela, un uomo che ha segnato il passo per un cambiamento fondamentale, alla conquista di un Sudafrica migliore. Ora questa festa calcistica unisce un po’ di più i Sudafricani, nello spirito: lavorare attorno a un progetto comune e ambizioso contribuisce a rafforzare l’identità di un Paese, in particolare quando ha alle spalle una storia come quella del Sudafrica.

Una unica melodia è alla base dei sorrisi delle persone che ho incontrato qui: la contagiosa gioia di vivere, che non è una roba banale. Da Johannesburg a Cape Town, dagli stadi alle township. Ho trovato onesto che i problemi di questo Paese non fossero camuffati da qualcos’altro: ci sono ma c’è una generale consapevolezza che piccoli cambiamenti sono in atto. Ho visitato una township, Mfuleni, dove gruppi di donne e di giovani lavorano per estendere il diritto all’educazione, base per un Paese solido e migliore. La strada è lunga, ma qui si lotta per una maggiore eguaglianza fra tutte le classi sociali. E se è il calcio a portare un contributo di visibilità, ben venga.

La mia permanenza qui mi ha mostrato quanto l’Africa possa essere bellissima e feroce allo stesso tempo: date un’occhiata alle foto! Per questo dico che l’Africa è un leone. Voglio tornarci. È successo: mi sono innamorato del Sudafrica. Spero che gli scatti di noi blogger facciano innamorare anche voi di questo fantastico Paese.

English version – On top of South African beat

A couple of days ago I was in Cape Point. Before my eyes the Atlantic Ocean was portraying the story of the continent. Behind me, people gazing, for a month, at the rest of the world. It was an inexplicable sensation: here, the sea’s stillness, there the feast’s rumble and I, in the middle, staring at it all.

That of vuvuzelas is the right metaphor to represent the South African innocent ethusiasm of these weeks, it highlights one of their most characteristic features: their inclination to rhythm, laughter and music. This is a special month for them: June is in fact the month when Mandela’s first presidency started, a difficult journey which led to the country’s greater self-awareness. This football event draws South Africans closer in the spirit: for working together for an ambitious project does indeed strengthen a country’s identity, especially that one of a country with such history.

One single melody lies beneath the smiles of the people I have met here: a contagious joie de vivre, which is far from being banal. From Johannesburg to Cape Town, from the stadiums to the townships. I found a certain honesty in not wanting to disguise the country’s problems behind a mask. They are there, as well the general awareness that little steps are being taken. I visited a township, Mfuleni, where a group of women and young people work together in order to extend the right to Education, the base for a solid and better country. There still is a long way to go, but here a battle is still being fought for greater equality among the different social classes. And if football is the way to draw some interest and to give the country some visibility, then be it.

My stay here showed me how beautiful yet wild Africa can be: check out the pictures. This is why I am saying Africa is a lion. I definitely want to come back. It has happened, I have fallen in love with South Africa. I hope the bloggers’ photos will make all of you fall in love with this marvellous country too.

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A Clifton Beach

Postato il 19 giugno 2010 da Alessio Baù

A Clifton Beach ho sepolto un pezzetto di cuore: http://www.flickr.com/photos/alessiobau.
Thanks Robert for this picture

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“Youth day” nella township di Mfuleni

Postato il 18 giugno 2010 da Alessio Baù

Il 16 giugno, festa nazionale del Sudafrica, sono stato a Mfuleni, una township a quaranta chilometri da Cape Town. Ho raccontato l’esperienza in un articolo per il Post.it di Luca Sofri. Lo riporto anche qui.

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I mondiali a Mfuleni

Mercoledì ho celebrato la Giornata Nazionale della Gioventù del Sudafrica in un villaggio della cintura urbana a ridosso di Cape Town, a trentacinque minuti di macchina dalla città.

Mfuleni è una delle cosiddette township: aree abitate soprattutto da neri e indiani, fin dai tempi dell’apartheid. La politica del tempo stabiliva che fosse il governo a decidere dove determinati gruppi etnici venissero ammessi e altri no. Ancora oggi, a pochi chilometri dal centro di Cape Town, rimangono visibili interi pezzi di città inspiegabilmente vuoti: sono testimoni di una strategia di migrazione interna coatta che prevedeva l’abbattimento di alcuni quartieri residenziali per modellare in un senso o in un altro la composizione etnica del territorio.

A quaranta chilometri dalla capitale legislativa del Paese, Mfuleni è una delle township meno vecchie: fa parte della cosiddetta “Extension Six” e ha circa una quindicina di anni di vita. È sorta in seguito al collasso di altre township. Le persone della campagna che si spingono verso la città sono da anni in costante aumento: ricercano lavoro e migliori condizioni di vita. Così, spesso, cominciano a costruire una nuova quotidianità dagli shack, le baracche, che continuano a costituire una grossa fetta dell’architettura delle township. I programmi del governo sudafricano per la costruzione di edifici migliori (le Reconciliation Development Programme Houses, avviate da Nelson Mandela) e di servizi igienici minimi procedono molto lentamente. All’interno delle township si distinguono usualmente una parte di casupole arancioni o azzurre: sono le nuove abitazioni che stanno piano piano facendo posto ai ripari di fortuna costruiti nel tempo dalla popolazione più povera di Cape Town.

Ma il processo è estremamente complesso e il numero degli abitanti di quest’area non registra diminuzioni. Succede anzi che la popolazione del luogo ottenga dei permessi per ricostruire un’abitazione: ogni famiglia lo fa a proprie spese, letteralmente mattone dopo mattone. Quello che l’amministrazione locale è riuscita a garantire, a Mfuleni, è un servizio igienico per ogni shack, e due scuole: una elementare e una secondaria, dove insegnano professori di tutte le township dell’area. Non si tratta di una conquista da poco, visto che una delle emergenze del Paese è la generale povertà del sistema scolastico: nelle campagne succede ancora che i bambini debbano percorrere a piedi chilometri prima di raggiungere la propria scuola.

Per il giorno della commemorazione di Hector Pieterson, uno degli studenti vittima della repressione del regime del National Party, nel 1976 (erano i giorni della decisione di adottare solo l’afrikaans come lingua per l’insegnamento nazionale in Sudafrica), la township pullulava di persone che si preparavano a festeggiare con un braai, la carne alla brace. Giugno è un mese carico di significati importanti per il Paese: soprattutto, coincide con l’anniversario dell’elezione a presidente di Nelson Mandela. Che il lancio dei primi Mondiali di Calcio sudafricani sia avvenuto in giugno non è un caso, per la gente di Mfuleni: ogni abitazione è sintonizzata sul match del momento, in attesa degli amati Bafana Bafana, e si sono organizzate vere e proprie assemblee di paese – la township conta circa settemila abitanti – per seguire le dirette.

Mfuleni è interessante e diversa perché qui un gruppo di donne e di giovanissimi stanno cercando di fare la differenza sul fronte dei diritti, in particolare quello all’educazione. Il gruppo di donne è guidato da Nothemba e Ann, due energiche signore di sangue zulu che si presentano l’una con una bandiera del Sudafrica sulle spalle, l’altra con una maglietta con stampato il viso di Nelson Mandela e i colori nazionali, verde e giallo. Sulla t-shirt c’è scritto: “1990-2010, 20 Years of Freedom”.

Nothemba e Ann hanno costruito nella loro township un microsistema di solidarietà economica al femminile, per cui le singole aderenti al progetto, chiamato GOOI (che significa “mettere insieme”), versano una quota mensile che a turno viene concessa a una delle aderenti a seconda delle personali necessità del momento. Così, quando qualcuna ha bisogno di un sostegno economico lo può chiedere e ottenere facilmente (ogni sei mesi), per poi ridare la sua quota mensilmente e senza dover ricorrere all’aiuto degli uomini. Le due amiche curano anche un doposcuola e sono riuscite, con un gruppo di volontari bianchi di Cape Town, a realizzare un orto condiviso per l’istituto elementare del villaggio. I soldi li racimolano con piccoli lavori di artigianato.

Sono diventate un punto di riferimento per i giovani del luogo. Il messaggio che vogliono trasmettere a loro è “Umntu ngumntu ngabantu”: ovvero, “una persona diventa una persona attraverso gli altri”. La prima generazione di cittadini neri e coloured liberi dall’apartheid è diventata adulta e la richiesta che giunge da Mfuleni è che siano questi giovani a infondere nuova linfa ai partiti politici locali e nazionali. Per celebrare il sedici giugno il gruppo teatrale dei giovani della township ha scelto di raccontare della strada e delle sue storie, di presente e passato molto prossimo. Mi hanno invitato ad assistere alla messa in scena. Per narrare quelle che sono anche le loro biografie usano dei personaggi che chiamano “survivors”. Sono bravi, sul serio. Poi c’è stato lo spazio della commemorazione e quello più politico, in ascolto delle parole di un rappresentante dei Giovani Comunisti del Sudafrica.

La lotta dei giovani di questo Paese, oggi, non è più quella per il rispetto delle libertà democratiche. È quella combattuta per ottenere più scuole e più biblioteche in posti come Mfuleni. Nothemba continua a ripetere: “Niente arriva se non ci si impegna in prima persona per migliorare la vita nostra e del nostro vicino”. Ubuntu, “la comunità”, al centro. L’entusiasmo dei sudafricani è una boccata d’ossigeno. Le vuvuzela sono sparse in tutto il villaggio, ma qui non serve suonarle.

http://www.ilpost.it/2010/06/18/i-mondiali-a-mfuleni/

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