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Con la musica sulla punta del mondo

Posted on 23 giugno 2010 by Alessio Baù

A Thousand Words, il blog internazionale di Kodak, ha ospitato un mio post di ricordo dell’esperienza sudafricana. Posto qui la versione italiana dell’intervento.

Qualche giorno fa sono stato a Cape Point, sulla punta dell’Africa. Davanti a me avevo solo l’Oceano Atlantico, che mi raccontava la lunga storia del continente. Dietro di me, un intero popolo affacciato, per un mese, sul resto del mondo. È stata una sensazione unica: di qui il silenzio del mare, di là il rombo della festa e io, nel mezzo, a osservare.

Quella delle vuvuzela è una metafora azzeccata per raccontare il tenero entusiasmo dei sudafricani in queste settimane: li presenta in una delle loro migliori attitudini, quella al ritmo, alla risata e alla musica. Per loro questo è un mese speciale: a giugno si ricorda l’avvio della prima presidenza di Nelson Mandela, un uomo che ha segnato il passo per un cambiamento fondamentale, alla conquista di un Sudafrica migliore. Ora questa festa calcistica unisce un po’ di più i Sudafricani, nello spirito: lavorare attorno a un progetto comune e ambizioso contribuisce a rafforzare l’identità di un Paese, in particolare quando ha alle spalle una storia come quella del Sudafrica.

Una unica melodia è alla base dei sorrisi delle persone che ho incontrato qui: la contagiosa gioia di vivere, che non è una roba banale. Da Johannesburg a Cape Town, dagli stadi alle township. Ho trovato onesto che i problemi di questo Paese non fossero camuffati da qualcos’altro: ci sono ma c’è una generale consapevolezza che piccoli cambiamenti sono in atto. Ho visitato una township, Mfuleni, dove gruppi di donne e di giovani lavorano per estendere il diritto all’educazione, base per un Paese solido e migliore. La strada è lunga, ma qui si lotta per una maggiore eguaglianza fra tutte le classi sociali. E se è il calcio a portare un contributo di visibilità, ben venga.

La mia permanenza qui mi ha mostrato quanto l’Africa possa essere bellissima e feroce allo stesso tempo: date un’occhiata alle foto! Per questo dico che l’Africa è un leone. Voglio tornarci. È successo: mi sono innamorato del Sudafrica. Spero che gli scatti di noi blogger facciano innamorare anche voi di questo fantastico Paese.

English version – On top of South African beat

A couple of days ago I was in Cape Point. Before my eyes the Atlantic Ocean was portraying the story of the continent. Behind me, people gazing, for a month, at the rest of the world. It was an inexplicable sensation: here, the sea’s stillness, there the feast’s rumble and I, in the middle, staring at it all.

That of vuvuzelas is the right metaphor to represent the South African innocent ethusiasm of these weeks, it highlights one of their most characteristic features: their inclination to rhythm, laughter and music. This is a special month for them: June is in fact the month when Mandela’s first presidency started, a difficult journey which led to the country’s greater self-awareness. This football event draws South Africans closer in the spirit: for working together for an ambitious project does indeed strengthen a country’s identity, especially that one of a country with such history.

One single melody lies beneath the smiles of the people I have met here: a contagious joie de vivre, which is far from being banal. From Johannesburg to Cape Town, from the stadiums to the townships. I found a certain honesty in not wanting to disguise the country’s problems behind a mask. They are there, as well the general awareness that little steps are being taken. I visited a township, Mfuleni, where a group of women and young people work together in order to extend the right to Education, the base for a solid and better country. There still is a long way to go, but here a battle is still being fought for greater equality among the different social classes. And if football is the way to draw some interest and to give the country some visibility, then be it.

My stay here showed me how beautiful yet wild Africa can be: check out the pictures. This is why I am saying Africa is a lion. I definitely want to come back. It has happened, I have fallen in love with South Africa. I hope the bloggers’ photos will make all of you fall in love with this marvellous country too.

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“Youth day” nella township di Mfuleni

Posted on 18 giugno 2010 by Alessio Baù

Il 16 giugno, festa nazionale del Sudafrica, sono stato a Mfuleni, una township a quaranta chilometri da Cape Town. Ho raccontato l’esperienza in un articolo per il Post.it di Luca Sofri. Lo riporto anche qui.

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I mondiali a Mfuleni

Mercoledì ho celebrato la Giornata Nazionale della Gioventù del Sudafrica in un villaggio della cintura urbana a ridosso di Cape Town, a trentacinque minuti di macchina dalla città.

Mfuleni è una delle cosiddette township: aree abitate soprattutto da neri e indiani, fin dai tempi dell’apartheid. La politica del tempo stabiliva che fosse il governo a decidere dove determinati gruppi etnici venissero ammessi e altri no. Ancora oggi, a pochi chilometri dal centro di Cape Town, rimangono visibili interi pezzi di città inspiegabilmente vuoti: sono testimoni di una strategia di migrazione interna coatta che prevedeva l’abbattimento di alcuni quartieri residenziali per modellare in un senso o in un altro la composizione etnica del territorio.

A quaranta chilometri dalla capitale legislativa del Paese, Mfuleni è una delle township meno vecchie: fa parte della cosiddetta “Extension Six” e ha circa una quindicina di anni di vita. È sorta in seguito al collasso di altre township. Le persone della campagna che si spingono verso la città sono da anni in costante aumento: ricercano lavoro e migliori condizioni di vita. Così, spesso, cominciano a costruire una nuova quotidianità dagli shack, le baracche, che continuano a costituire una grossa fetta dell’architettura delle township. I programmi del governo sudafricano per la costruzione di edifici migliori (le Reconciliation Development Programme Houses, avviate da Nelson Mandela) e di servizi igienici minimi procedono molto lentamente. All’interno delle township si distinguono usualmente una parte di casupole arancioni o azzurre: sono le nuove abitazioni che stanno piano piano facendo posto ai ripari di fortuna costruiti nel tempo dalla popolazione più povera di Cape Town.

Ma il processo è estremamente complesso e il numero degli abitanti di quest’area non registra diminuzioni. Succede anzi che la popolazione del luogo ottenga dei permessi per ricostruire un’abitazione: ogni famiglia lo fa a proprie spese, letteralmente mattone dopo mattone. Quello che l’amministrazione locale è riuscita a garantire, a Mfuleni, è un servizio igienico per ogni shack, e due scuole: una elementare e una secondaria, dove insegnano professori di tutte le township dell’area. Non si tratta di una conquista da poco, visto che una delle emergenze del Paese è la generale povertà del sistema scolastico: nelle campagne succede ancora che i bambini debbano percorrere a piedi chilometri prima di raggiungere la propria scuola.

Per il giorno della commemorazione di Hector Pieterson, uno degli studenti vittima della repressione del regime del National Party, nel 1976 (erano i giorni della decisione di adottare solo l’afrikaans come lingua per l’insegnamento nazionale in Sudafrica), la township pullulava di persone che si preparavano a festeggiare con un braai, la carne alla brace. Giugno è un mese carico di significati importanti per il Paese: soprattutto, coincide con l’anniversario dell’elezione a presidente di Nelson Mandela. Che il lancio dei primi Mondiali di Calcio sudafricani sia avvenuto in giugno non è un caso, per la gente di Mfuleni: ogni abitazione è sintonizzata sul match del momento, in attesa degli amati Bafana Bafana, e si sono organizzate vere e proprie assemblee di paese – la township conta circa settemila abitanti – per seguire le dirette.

Mfuleni è interessante e diversa perché qui un gruppo di donne e di giovanissimi stanno cercando di fare la differenza sul fronte dei diritti, in particolare quello all’educazione. Il gruppo di donne è guidato da Nothemba e Ann, due energiche signore di sangue zulu che si presentano l’una con una bandiera del Sudafrica sulle spalle, l’altra con una maglietta con stampato il viso di Nelson Mandela e i colori nazionali, verde e giallo. Sulla t-shirt c’è scritto: “1990-2010, 20 Years of Freedom”.

Nothemba e Ann hanno costruito nella loro township un microsistema di solidarietà economica al femminile, per cui le singole aderenti al progetto, chiamato GOOI (che significa “mettere insieme”), versano una quota mensile che a turno viene concessa a una delle aderenti a seconda delle personali necessità del momento. Così, quando qualcuna ha bisogno di un sostegno economico lo può chiedere e ottenere facilmente (ogni sei mesi), per poi ridare la sua quota mensilmente e senza dover ricorrere all’aiuto degli uomini. Le due amiche curano anche un doposcuola e sono riuscite, con un gruppo di volontari bianchi di Cape Town, a realizzare un orto condiviso per l’istituto elementare del villaggio. I soldi li racimolano con piccoli lavori di artigianato.

Sono diventate un punto di riferimento per i giovani del luogo. Il messaggio che vogliono trasmettere a loro è “Umntu ngumntu ngabantu”: ovvero, “una persona diventa una persona attraverso gli altri”. La prima generazione di cittadini neri e coloured liberi dall’apartheid è diventata adulta e la richiesta che giunge da Mfuleni è che siano questi giovani a infondere nuova linfa ai partiti politici locali e nazionali. Per celebrare il sedici giugno il gruppo teatrale dei giovani della township ha scelto di raccontare della strada e delle sue storie, di presente e passato molto prossimo. Mi hanno invitato ad assistere alla messa in scena. Per narrare quelle che sono anche le loro biografie usano dei personaggi che chiamano “survivors”. Sono bravi, sul serio. Poi c’è stato lo spazio della commemorazione e quello più politico, in ascolto delle parole di un rappresentante dei Giovani Comunisti del Sudafrica.

La lotta dei giovani di questo Paese, oggi, non è più quella per il rispetto delle libertà democratiche. È quella combattuta per ottenere più scuole e più biblioteche in posti come Mfuleni. Nothemba continua a ripetere: “Niente arriva se non ci si impegna in prima persona per migliorare la vita nostra e del nostro vicino”. Ubuntu, “la comunità”, al centro. L’entusiasmo dei sudafricani è una boccata d’ossigeno. Le vuvuzela sono sparse in tutto il villaggio, ma qui non serve suonarle.

http://www.ilpost.it/2010/06/18/i-mondiali-a-mfuleni/

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