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La leggenda ritrovata (al Fuorisalone di Rossignoli) del bike sharing anni ’80

Posted on 13 aprile 2014 by Alessio Baù

H0 scritto questa piccola storia per Oggetti Rivisti, l’app realizzata da Granger Press e C-Zone che racconta recensioni e storie sugli oggetti e le esposizioni del Fuorisalone. L’app si può scaricare qui, per iPad e nei prossimi giorni anche per iPhone. Grazie a Daniele Belleri per il coinvolgimento!

La bici del primo bike sharing di Milano

Erano gialle come i taxi di allora. Andavano addocchiate facilmente nel traffico, inforcate per raggiungere la meta e poi lasciate libere, appoggiate a un muro, sul marciapiede o in piazza, per la prossima corsa, la prossima storia.

La vicenda del primo bike sharing milanese ha per me da sempre i contorni della leggenda metropolitana. Si sa per certo che il progetto fece una bruttissima fine. Dei 300 pezzi distribuiti in città nel 1987 nessuno rimase a disposizione più a lungo di qualche giorno, inghiottiti tutti da un giro di professionisti del furto, o forse dalla scarsa attitudine dei milanesi da bere nei confronti dello “sharing”. Una storiaccia, per un’idea partita con le migliori premesse e con le radici più lontane piantate nel 1965, ad Amsterdam, nell’esperienza di Provo, il movimento controculturale che tanto ha formato l’immaginario urbano degli appassionati di due ruote e non. Loro, per primi, si erano inventati un piccolo sistema di bici condivise per tutta la comunità. Altri esperimenti erano stati fatti poi negli anni Settanta (da caso studio quello di La Rochelle, in Francia) e negli anni Novanta, con successi alterni. In mezzo, Milano.

Immaginate allora il mio stupore quando, in pieno Fuorisalone, ho visto spuntare dall’oblio della storia davanti al mio naso un esemplare della bici milanese giallo-taxi. Da Rossignoli in corso Garibaldi, massima autorità cittadina sul tema, si organizza da tempo, per la settimana del Salone, “Biciclette Ritrovate”, una mostra che documenta le evoluzioni del mezzo, passando dai registri nostalgici dei cimeli di Coppi, Bartali e Merckx a scelte di ricerca che narrano le contaminazioni attuali fra bici e design, come i prodotti firmati Vadolibero. Lì in mezzo, fra le Ritrovate, c’è finita anche la “Torpado” anno 1987. Una sopravvissuta. Da ringraziare c’è l’architetto Beppe Genazzini, un collezionista che nel 2010, in un lotto di 30 bici messe all’asta dal Comune, ha riconosciuto e salvato questo – a suo modo – cimelio. Senza cambi, con un freno a tamburo davanti e dietro, la bici si presenta semplice, con un portapacchi dietro e uno più piccolo davanti. A sponsorizzare l’esperimento, si legge sul telaio, l’Istituto Finanziario Milanese. È un po’ misera, se paragonata al fiammante design di BikeMi, che imita più il giallo caldo dei primi tram che quello dei vecchi taxi ora in pensione. A vederla così, anche un po’ acciaccata, viene voglia di ringraziarla, nostro martire sacrificale che in fondo, a guardare oggi i numeri in grande impennata del bike sharing di Milano, un seme lo ha lasciato davvero col suo fugace passaggio. L’araba fenice del mio Fuorisalone, che dice molto di questa città che amo, di come non si ferma.

Il primo bike sharing di Milano

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Socialità ritrovata a Milano: i quartieri sui social media, le 30 socialstreet e il vicino di casa 2.0

Posted on 01 aprile 2014 by Alessio Baù

Al mio padrone di casa da qualche mese piace addobbare l’ingresso del condominio. Ha iniziato a farlo lo scorso dicembre, dopo sei anni dal mio arrivo in zona Calvairate: un abete guarnito di fiocchi e biscotti (“speriamo non ce li mangino”), dei vasi colmi di Stelle di Natale, una composizione di radici e fiori secchi – gli anni ’80 non moriranno mai, vero? – vicina al portone di ingresso. Il palazzo, da un giorno all’altro, ha cominciato a profumare di dolcetti. Quando sono tornato a casa la sera, quel giorno, mi sono sentito meglio del solito e non appena ho incrociato il Dottore, alla fine delle scale a chiocciola, gli ho bisbigliato un grazie per il pensiero. Ho il fondato timore che quella sia stata la prima volta in cui gli ho rivolto più di una parola di fila dopo anni di silenziosissimo vicinato. Poi è successo che nessuno abbia saccheggiato i biscotti del super albero e che le Stelle di Natale abbiano seguito il loro naturale decorso e così, con la primavera alle porte, a marzo il padrone di casa ha rinnovato l’atrio: stessa filosofia e nuove piante colorate a illuminare la parete di pietra della vecchia portineria, dominio un tempo della sciura Maria, pensionata suo malgrado anni fa. Adesso mi è venuta voglia di chiedergli di fare di più, di aprire il cortile un po’ sacrificato, di rendere quell’ingresso un vero punto di comunicazione, incontro e scambio tra vicini di casa che, salvo blackout e cataclismi, non si vedono mai e non sanno neanche dare un nome a chi incrociano in ascensore la mattina.

Mi rendo conto sia un aneddoto modesto, ma lo trovo simbolico, nella mia quotidianità milanese, a volte distratta dalla velocità delle ore e degli impegni. Abbiamo molto bisogno di ritrovarci nei gesti quotidiani e di stabilire nuove forme dell’abitare, del convivere, del conoscersi, come se anche l’algida, in apparenza, Milano, volesse riscoprirsi più villaggio. Forse è una reazione al passato iper individualista, forse un antidoto alla crisi economica più nera da quando siamo al mondo. Forse sto solo invecchiando? Eppure, di voglia di bussare ai propri vicini di casa e di riconnettere i tessuti locali sentiamo parlare sempre di più, magari con approcci e metodi innovativi, nella nostra e in altre città: giardini condivisi, community di quartiere, co-housing, bacheche virtuali e non. Di socialità ritrovata e comunicazione mi interesso, curioso, da quando ho aperto questo blog, ma è soprattutto nell’ultimo paio di anni che il numero di segnali in questo verso comincia a farsi interessante. Quanto la struttura della rete sta influenzando i modi e il desiderio di rapportarci con gli altri, di vivere e usare lo spazio delle grandi città del secolo urbano? Quanto il modello relazionale e comunicativo dei social media in cui siamo immersi trasforma i modi di conoscersi e riconoscersi, di condividere facilmente, di fare insieme? Riporta Fabio Chiusi sull’ultimo Espresso una frase suggestiva del direttore di ricerca dell’Institute for the Future, David Pescovitz: «Più tempo spenderemo negli spazi iperconnessi e ipermediati dietro ai nostri schermi, più sentiremo il desiderio dell’esperienza viscerale, concreta di costruire oggetti fisici». Io, agli oggetti fisici, aggiungerei l’esperienza viscerale dell’altro, dello scambio di storie ed esperienze nel senso più ampio possibile. Il fenomeno più tangibile di un atteggiamento in evoluzione nei confronti dell’esperienza della città nel suo complesso e dei suoi abitanti è la diffusione dei prodotti della sharing economy. Penso alle bici e alle auto condivise, che a Milano hanno fatto nel 2013 un grosso boom; alla proliferazione degli spazi di coworking; al successo dei servizi di disintermediazione, come Airbnb, o alla logica del couchsurfing; alla splendida idea della Massa Marmocchi; ai Gruppi di Acquisto Solidale, pratica ormai quotidiana in tantissimi quartieri, con liste della spesa compilate collettivamente tramite fitte mailing list. Sono, certo, fenomeni figli di molteplici fattori: sociologici ed economici, in primis. Ma anche comunicativi. Ed è soprattutto il mondo del vicino di casa 2.0, oggi, a esprimere quella dimensione di socialità ritrovata (o almeno facilitata) attraverso nuovi strumenti di dialogo e contatto.

Da Bologna, da via Fondazza, si è allargato a macchia d’olio il format socialstreet. Tutto è nato dall’esperienza del Gruppo Facebook “Residenti in Via  Fondazza – Bologna” iniziata nel settembre 2013 per ”socializzare con i vicini della propria strada di residenza per instaurare un legame, condividere necessità, scambiarsi professionalità, conoscenze, portare avanti progetti collettivi di interesse comune e trarre quindi tutti i benefici derivanti da una maggiore interazione sociale”. A distanza di pochi mesi, dove prima non si conosceva nessuno, ora si conoscono tutti e, se capitate in via Fondazza di domenica pomeriggio, troverete sempre qualcuno in strada, che magari condividerà un cesto di arance o una partita a calcetto con voi. Senza aprire nuove piattaforme, via Fondazza si è ritrovata su Facebook, a costo zero. Oggi il Gruppo conta più di 800 iscritti su una strada con 2000 abitanti. Il social ha fatto da ponte e sono fiorite le idee: cene, feste, azioni di solidarietà, attività creative. Con l’aiuto organizzativo di una bacheca Facebook (e di qualche volantino) si è riscoperto quanto possa essere piacevole e comodo avere dei vicini di casa. I fondazziani si sono anche fotografati e hanno composto un album collettivo della strada, da setacciare come i nomi sulle cassette delle lettere: http://fondazziani.blogspot.it.

Saverio Cuoghi, uno dei pionieri di via Fondazza con Federico Bastiani e Luigi Nardacchione, che ho conosciuto alla Social Media Week, ha fondato il sito Socialstreet.it, per raccogliere tutte le esperienze italiane, che superano oggi le 200 (qui la mappa), da Trento a Catania. Sono più di 8000 le persone interessate. “È il virtuale che diventa reale che diventa virtuoso”, hanno detto i fondatori ospiti all’Urban CenterA Milano le socialstreet sono, al momento in cui digito, 31 e l’area che ne conta di più è quella a nord est della città. Le prime socialstreet, in ordine di tempo, sono state quella di via Maiocchi e del parco Solari. Gli iscritti ai Gruppi Facebook tematici superano, in totale, la cifra di 5300; 2700, però, sono quelli del Gruppo Abitanti Sarpi, che esiste dal 2010 e che si è rinominato socialstreet recentemente. Esclusa la pre-esistente Sarpi, dunque, i cittadini coinvolti nelle nuove socialstreet sono più di 2600. Le più numerose sono via Maiocchi (717), via Morgagni e dintorni (328), via Ponzio (270), Parco Solari (242), Piazza San Luigi (165), via San Gottardo, Meda e dintorni (163), via Marco D’Oggiono e dintorni (121) e via Cadore (120). Le altre presentano numeri meno significativi, ma l’interesse diffuso è palpabile.

Social Swap Party

La più affollata delle socialstreet milanesi, via Maiocchi, è anche la più vivace: i social vicini sono un vulcano di idee e hanno già organizzato appuntamenti come Case Aperte, con attività e laboratori ospitati in case e cortili del quartiere durante un weekend al mese, proiezioni di film, aperitivi e anche attività solidali, come la raccolta di cibo e bevande per i senzatetto promossa dai commercianti. Hanno un sito (http://www.viamaiocchi.it) e stanno organizzando, per il mese di aprile, un Social Swap Party, per aprire gli armadi e barattare quello che non serve più ma che potrebbe servire ad altri. Alcune socialstreet diventano anche vettori per offerte di lavoro o per cercare i migliori servizi della zona (“conoscete un bravo dentista?”), generando una micro-economia del noi. Commercianti, spazi aggregativi e teatri si sono accorti del potenziale delle socialstreet e hanno cominciato a prendersi più cura dei propri vicini, offrendo per esempio sconti e offerte speciali ai partecipanti ai Gruppi, come mi è successo di vedere qualche settimana fa al teatro Verdi dell’Isola. Io, il mio primo aperitivo socialstreet, lo vado a fare venerdì prossimo.

Le socialstreet non sono gli unici strumenti nati con l’esplicito desiderio di riconnettere le reti di vicinato. Telecom Italia ha finanziato una start up, Vicini di Casa, realizzata dal milanese Massimiliano Leiter, che sta lanciando un vero e proprio social network per aiutare i vicini di casa a conoscersi e aiutarsi reciprocamente, recuperando la risorsa più preziosa di oggi: il tempo. Anche in questo caso Internet serve da ponte, perché il progetto vuole concretizzarsi in scambi reali, incontri, persino amicizie e cortesie scambiate (con relativi feedback online). Primi quartieri coinvolti da Vicini di Casa sono Pagano e la Barona, e il futuro è da costruire. La voce dei quartieri si fa sempre più sentire sui social media anche grazie al moltiplicarsi di progetti editoriali locali. A Quarto Oggiaro il Comune sta contribuendo a realizzare un portale di news e una community degli abitanti. Lambrate, cuore del Fuorisalone e casa del fare creativo, ha lanciato in questi giorni un sito per raccontarsi come il distretto più collaborativo di Milano, rete di imprese, singoli, associazioni, studi e spazio di coworking: http://madeinlambrate.com. Nella mia Calvairate, invece, è nato un piccolo geniale progetto tutto social (con un Tumblr, una Pagina Facebook e un canale Twitter) che rilancia questa fetta di città, spartiacque, con la cerchia della 90/91, fra zone centrali e periferia, come il luogo più in ascesa del momento: Calvairatesburgh. Un campanilissimo concentrato di marketing territoriale, che mi ha ormai convinto di vivere quasi a Brooklyn e di avere sotto casa più quanto potessi immaginare. Il centro di Milano non è più solo uno. Accendete le vostre connessioni.

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L’Orfeo ed Euridice di Cèsar Brie a Campo Teatrale, a cinque anni dall’insegnamento di Beppino ed Eluana

Posted on 09 febbraio 2014 by Alessio Baù

Orfeo ed Euridice

Sono trascorsi cinque anni dalla morte di Eluana Englaro. Già cinque. Ricordo il chiasso vergognoso di quelle giornate. Le parole di Gaetano Quagliarello, oggi ministro. Ho sempre provato infinita stima per il padre di Eluana, capace di affrontare diciassette anni di calvario per conquistare il diritto, per la figlia, all’autodeterminazione terapeutica. Ci sono promesse enormi che solo l’amore riesce a mantenere. Quando era cosciente Eluana aveva scelto ciò che riteneva giusto per se stessa. Dopo l’incidente che l’aveva condotta in uno stato vegetativo nessuno l’aveva voluta lasciar andare. È stato necessario l’intervento della magistratura; è servito il tormento pubblico di un uomo coraggioso, Beppino, per darle ascolto e trovare la strada per un diritto. La vittoria più amara, per un papà, di fronte a cui ci si dovrebbe interrogare sulla grandezza dell’amore e sulla bassezza di tante speculazioni politiche. L’hanno chiamato “assassino”. Era il 9 febbraio 2009.

Nel nostro Paese manca ancora oggi una legge sull’eutanasia. Del tema non si parla più, se non per ciò che cercano di fare i Comuni, come Milano, dove qualche mese fa è arrivato un Registro delle dichiarazioni anticipate di volontà sui trattamenti sanitari e di fine vita. Segnali, nel mare. Della morte la nostra società non vuole parlare. In Italia l’attenzione dell’opinione pubblica si è appiattita negli ultimi decenni sull’apparenza e su analisi superficiali dei cambiamenti sociali, in fuga da temi come la qualità della vita, la vecchiaia e la decadenza, figuriamoci dalla fine estrema o dalle scelte attorno ad essa. Eppure la morte, nella sua assoluta incomprensibilità, è un tema semplice e concreto. Il silenzio di molta politica italiana sull’eutanasia è la migliore didascalia alla marea di parole che i pastoni dei telegiornali cucinano ogni sera, lasciandoci senza risposte, senza idee. E senza diritti.

Fuori dalla televisione, a teatro, qualcuno squarcia il velo sull’argomento. A Campo Teatrale, Milano, ha debuttato in questi giorni un “Orfeo ed Euridice” firmato Cèsar Brie. L’ho visto ieri. Per me è uno degli spettacoli più belli degli ultimi anni. Lucido e profondissimo. Il mito del cantore e della sposa perduta nell’Ade viene usato dal regista argentino come pretesto per raccontare la storia delle tante Eluana e dei tanti Beppino. In scena vi è un altro tipo di amore, quello di una coppia di giovani che si è scelta, si è amata così tanto da farci ridere con lei fin da primi minuti. I nostri Orfeo ed Euridice sono Giacomo (Ferraù) e Giulia (Viana), si sono conosciuti in Sicilia, hanno vissuto insieme, sono bellissimi. Si sono fatti una promessa: niente accanimento, se mai venisse a mancare la coscienza. E quando inevitabilmente succede, Orfeo è il solo a lottare per esaudire il desiderio di Euridice: “Lasciatemi andare”. Lo fa per diciassette anni, restando fedele alla promessa, osservando il tempo imbiancare i capelli suoi e della sua anima gemella, finché morte non li separi. È un dramma raccontato con una scenografia minimale, che pone in piena luce la delicatezza della regia e la piena consapevolezza dei protagonisti, come personaggi e come attori. Non c’è retorica, ma un misurato disegno dell’amore che incontra la morte. Non ci sono risposte. Questo spettacolo racconta delle promesse enormi che solo l’amore riesce a mantenere. E rilancia la domanda di un Paese più civile.

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Una mappa per trovare tutti i teatri di Milano. Anche i più alternativi

Posted on 30 gennaio 2014 by Alessio Baù

Ho realizzato una mappa per rintracciare tutti i teatri di Milano (link diretto: http://bit.ly/teatrimilano), patrimonio cittadino meritevole di sostegno ed enorme fonte di ispirazione, idee, talenti e divertimento.

Ne ho contati almeno una cinquantina (scrivetemi, se ne conoscete altri): grandi teatri, stabili, spazi off, Arci, realtà più alternative (evidenziate con etichetta apposita: icona gialla) o tradizionali. Ho inserito tutti i teatri aperti e con stagioni attive. Per ognuno una breve descrizione, una foto quando disponibile e i contatti, tutto tratto dai rispettivi siti ufficiali.

Sono certo che, nascosti nelle stanze di Milano, ce ne siano altri ancora, forse protetti in qualche appartamento, nei sotterranei di un condominio o di un oratorio, o in certi cortili, palchi con o senza quinte, che trasformano ogni giorno la città in uno spettacolo pulsante, pur tra mille difficoltà dovute alla crisi e a un sistema di welfare nazionale che, per gli artisti, resta inesistente. Sicuramente, fra qualche anno, alla mappa andranno aggiunti almeno due teatri storici, destinati a rinascere: il Teatro Lirico, di nuovo attivo dal 2016, e il Teatro della Quattordicesima, in Zona 4.

La mappa dei teatri di Milano

Fra tanti teatri, ho i miei preferiti: come il meraviglioso Elfo Puccini (che ospita il meglio della scena contemporanea; ultimo spettacolo visto: Lingua Imperii degli eccellenti Anagoor) o il Teatro Franco Parenti (palco prediletto da Filippo Timi, che qui ho conosciuto con Favola).

Negli ultimi anni ho conosciuto alcune realtà classificabili come alternative – per numeri, tipologia di spazio, scelte artistiche – che qui in particolare vi consiglio. Spegnete la tivù!

IsolaCasaTeatro

IsolaCasaTeatro è un appartamento di 100 mq situato in una casa a corte, al centro di Isola. Si bussa e si entra, con un “benvenuti!”, in uno spazio luminoso e accogliente. Alle pareti opere d’arte colorate; nel salone principale potrete ascoltare monologhi, performance, dibattiti o letture musicali. Con la bella stagione si esce anche nel terrazzo. Vista vecchia Milano. Intimo. L’ultima bella cosa vista qui: ”Mi versavo il latte addosso“, sorriso amaro sulla dipendenza da slot, con Alessia Bedini e Manolo Cedrone.

Teatro Verdi – Teatro del Buratto

Ancora Isola, ma in via Pastrengo. Ancora una sorpresa. Lo spazio è classico. Ma al Teatro del Buratto alle consuete tecniche si accompagna una ricerca nel teatro d’animazione, con pupazzi (su cui Milano può vantare anche la lunga tradizione dei Colla – siete mai stati al loro atelier?), maschere, oggetti e forme. È un teatro dove il saper fare artigiano risulta ancora decisivo. Ultimo spettacolo visto: “Il Complice“, una commedia noir con due attori e sei marionette. Per indagare i confini fra finzione, realtà, palco, pubblico.

Linguaggicreativi

Linguaggicreativi è un teatro senza palco, tra Romolo e Porta Genova. Orientamento contemporaneo. Informale e originale, lo spazio si fa raggiungere solo da chi lo desidera, dopo aver attraversato un cortile. Vanno in scena qui opere di compagnie indipendenti, spettacoli per bambini e lavori che contaminano il teatro di musica e videoarte. Ogni appuntamento è preceduto da un aperitivo gratuito. Un teatro e un salotto. Fra gli spettatori potreste trovarvi fianco a fianco con la sciura Maria, che abita al piano di sopra e non si perde uno spettacolo. Ultime cose viste qui: l’inferno dei coinquilini di RIP, dei Vioi Collectus, e Lurex, con Patrizio Luigi Belloli e Simona Migliori.

Cicco Simonetta

Quando si entra all’Arci di via Cicco Simonetta, i brutti pensieri rimangono fuori dalla porta. Bisogna andare il martedì, la prima volta: il cabaret dei Democomica è veramente divertente e da queste parti potreste incontrare anche la tribù del Terzo Segreto di Satira. Durante la settimana prosa, poeti, cantautori, artisti emergenti. Varia bella umanità, in questo Arci che sembra una casa di amici. Potete bere una birra sprofondati in uno dei cuscini dell’ingresso, o farvi raccontare qualche aneddoto da Lucianò, al bar. Al Cicco è impossibile fare brutti incontri. Scanzonato.

Ci vediamo a teatro.

 

La mappa è stata realizzata con Matteo Barbè.

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Orti in città. Il primo corporate garden di Milano e il verde che raddoppia

Posted on 21 ottobre 2013 by Alessio Baù

Gli orti aziendali sono una invenzione del secolo scorso.

Li aveva voluti già Adriano Olivetti, che nei suoi sogni di illuminato imprenditore se li era immaginati come spazi di socialità e gratificazione per i suoi collaboratori. Ma ancora prima, nel villaggio proletario di Crespi d’Adda, sorto a fine ’800 – oggi surreale patrimonio dell’Unesco, una visita è d’obbligo – ogni operaio ne aveva uno da far fiorire, a sostegno della famiglia.

Il nostro secolo urbano - in cui più del 50% della popolazione vive in città – ci riporta a interessarci degli orti e dell’agricoltura di prossimità alle metropoli, per ragioni ambientali ed energetiche, economiche e sociali: a Toronto per esempio il 40% dei cittadini possiede un orto; e a Manhattan pubblico e privato stanno trasformando tetti e piani dei grattacieli in orti verdi: sui top roof del Whitney Museum of Art o della Bank of America si trovano persino alveari per produrre il miele (il primo, se lo volete assaggiare, è anche in vendita qui), fenomeno da tempo presente anche a Parigi.

Aziende come Toyota, Pepsi, Google e Yahoo! hanno promosso lo sviluppo di orti aziendali utilizzando gli spazi che circondano i propri edifici amministrativi.

Sta per succedere anche a Milano: il primo progetto di corporate garden nascerà infatti presso il terrazzo E.ON, in zona Garibaldi. Sarà curato da SmartGarden, che ha raccontato il progetto in una conferenza di GreenPlanner sul tema Orti in città, presso Avanzi. Non è l’unico orto che ridisegna il panorama milanese: lo sapete che anche il Teatro Franco Parenti ne possiede uno? Si tratta del primo caso di orto al mondo costruito dentro un teatro e destinato proprio a chi ci lavora. Lo potremo ammirare meglio non appena terminati i lavori per il restauro della piscina Caimi. Per portare gli orti in azienda è nata anche una onlus: http://www.ortidazienda.org, che punta a valorizzare il ruolo dell’impresa come luogo di produzione di ricchezza sociale.

Il fenomeno degli orti urbani è stato anche abbracciato dalle amministrazioni locali.

A Rozzano, hinterland milanese, sono attivi 600 orti: una diffusione strategica, con una regia pubblica (parte dei progetti sostenibili di http://www.forumct.it, per una cintura metropolitana più sostenibile), che nasce come forma di welfare e coinvolge 5-6000 cittadini.

A Milano, nel 2013, sono stati indetti bandi per assegnare più di 400 orti (per esempio in via Rubicone, via Cascina dei Prati, via Gratosoglio, via Teresa Noce, in zona Parco delle Cave; attualmente ne è aperto uno per Zona 7, Bosco in città, e altri sono in programma). In città vi è anche l’ambizioso obiettivo di raddoppiare il verde, tramite un maggiore imboschimento dell’esistente (degli alberi arriveranno anche in piazza Duomo) e c’è chi si sta adoperando per portare l’apicoltura sui tetti di Palazzo Marino, tornando all’esempio parigino. Pareti verdi e tetti adibiti a giardini e orti possono contribuire a raggiungere l’obiettivo.

L'orto di Cascina Cuccagna - Foto di @ELEMARCHES, Instagram

Tanti progetti stanno nascendo anche dal basso.

In via Chiodi ci sono 25.000 mq di terreno che un privato, Claudio Cristofani, ha trasformato, con enorme successo, in orti familiari in affitto. In viale Piave 8 è stato avviato un progetto sperimentale di orti sul terrazzo di un condominio che sfrutta i lastrici solari e produce prodotti per tutti gli abitanti e, in prospettiva, anche per altri acquirenti (li troveremo anche all’Esselunga, di lì a pochi passi?). A Lambrate sono prossimi a partire i lavori per costruire 41 unità abitative a bassissimo impatto ecologico, senza cemento, che prevedono orti condivisi fra gli abitanti. L’auspicio è che sia pronto in tempo per Expo2015.

Chi è già al lavoro da qualche anno è poi Cascina Cuccagna, che ha restituito ai milanesi uno spazio agricolo in pieno centro, a porta Romana, trasformandolo in un luogo dove mangiare, incontrarsi, coltivare. Nella stessa direzione va il recupero delle cascine milanesi: 16 saranno nei prossimi anni riqualificate e affidate a progetti sociali, culturali e agricoli. La voglia di rimettere le mani nella terra è evidentemente sempre più diffusa: se anche voi ne siete vittime, tenete d’occhio terraXchange, prossimo al lancio, un portale online per l’offro-cerco sugli orti in città, mezzadria del terzo millennio. Riusciranno gli orti urbani a diventare stimolo per uno sviluppo più sostenibile degli spazi abitati e per un profondo cambiamento della nostra economia? Io sono ottimista.

Altri esempi e progetti di questo genere sono molto graditi nei commenti.

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Dopo NYC BigApps, App4Mi. Le app per una Milano a portata di tasca

Posted on 22 settembre 2013 by Alessio Baù

La città di New York ci lavora dal 2009: attraverso il progetto NYC BigApps, in questi anni, sono state sviluppate oltre 300 app che cittadini, operatori e turisti possono scaricare e utilizzare per individuare i servizi urbani, migliorare la propria esperienza di visita (o di vita quotidiana!) e portare tutta la città nella tasca del proprio smartphone. La migliore app creata nel 2013 è stata valutata, per esempio, HealthyOut, che consente ai newyorchesi di scovare i piatti più sani e di avere una dieta equilibrata anche quando sono fuori casa.

App4Mi

Anche la città di Milano, quest’anno per la prima volta e in collaborazione col Corriere della Sera, ha lanciato un contest per favorire lo sviluppo di app, sia da parte di esperti che di semplici appassionati. Sfruttando gli Open Data messi a disposizione dal Comune (il portale Open Data comunale è stato lanciato per la prima volta lo scorso anno), gli sviluppatori hanno dunque ideato 64 proposte di app. Il 10 ottobre verranno scelte e premiate le migliori – le categorie sono varie, dalla mobilità alla cultura – grazie al giudizio degli esperti di settore e al parere dei cittadini, che hanno potuto votare le preferite attraverso il sito dedicato.  App4Mi è un passo verso una Milano più a portata di tasca.

Per conoscere le app si può cliccare qui.

Fra le idee che mi sono piaciute di più segnalo l’utilissima DoveSiButta, che aiuta a individuare i punti per la raccolta differenziata dentro Milano; Midori, che permette di individuare con semplicità le diverse aree verdi di Milano; l’ambiziosa Milano Mi Piace, che punta a far agire e decidere i cittadini in prima persona; ancora, QuoliMi, che affianca l’utente nella ricerca del quartiere più adatto a soddisfare i propri bisogni, attraverso diversi parametri, e l’indispensabile Bike District. Quest’ultima app è il frutto di un lavoro che da due anni impegna tre giovani professionisti di Milano ed è un servizio largamente apprezzato da tutti i ciclisti urbani: è in grado di suggerire, in dettaglio, la strada migliore per muoversi in città su due ruote, segnalando i percorsi più sicuri o più veloci. Cercate anche voi le vostre preferite fra quelle in concorso.

Bike District

Per discutere delle trasformazioni delle città (e dei cittadini), anche grazie all’ausilio della tecnologia, segnalo che pochi giorni fa si è tenuto in piazza Gae Aulenti l’appuntamento di TEDxPortaNuova, con un collegamento live da TEDx City2.0. Per rivivere la serata, i video (in inglese) sono qui. New York mostra la strada, ancora una volta. Vale la pena studiarla.

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