Tag Archive | "social media"

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Verso i 200.000 scatti per la città di Milano su Instagram. Ecco chi sono i dieci city-instagramer da seguire

Posted on 10 settembre 2012 by Alessio Baù

Ogni giorno raccogliamo decine di appunti fotografici grazie ai nostri smartphone. Instagram ha valorizzato questa abitudine aggiungendo a ciò che vediamo e condividiamo un filtro che amplifica il fascino di ogni immagine. È diventato, in poco tempo, un fenomeno planetario.

A comporre la narrazione delle nostre città, oggi, ci sono milioni di fotoreporter.

Non è un caso se, recentemente, gli organizzatori della Social Media Week hanno promosso un concorso dal titolo “Instagram Your City”, per raccogliere foto provenienti da tutte le città coinvolte nel festival internazionale – in Italia Torino – e scegliere le migliori proposte (le potete vedere qui). Ogni foto, una storia.

Quanto viene raccontata, Milano, sul social network di sharing fotografico più usato del momento?

Nella pioggia di tag che accompagnano ogni foto definirlo con certezza scientifica non è semplice, senza strumenti di monitoring ad hoc. Possiamo però rilevare che l’hashtag #igersmilano conta al momento oltre 129.000 foto caricate, in continua espansione; i tag #milano e #milan (spesso sovrapposti) contano rispettivamente più di 187.000 e di 188.000 scatti, con una crescita che punta rapidamente ai 200.000 scatti. Appuntamenti milanesi importanti, come la Settimana del Design o quella della Moda, hanno relativi hashtag tematici, con centinaia di altre evidenze. E più di 2200 persone seguono attivamente @igersmilano, canale punto di riferimento per chi considera quella degli appassionati di Instagram una vera e propria comunità urbana, che si conosce online e si frequenta dal vivo.

Sono dunque numeri importanti, ramificati in altrettanti rivoli tematici, tocchi e occhi diversi. Perdersi fra queste narrazioni è foriero di scoperte interessanti, ma una bussola è utile per trovare chi merita di essere attentamente osservato.

Milano è al centro dell’interesse di diversi instagramer. E questi, a mio giudizio, sono i dieci da seguire.

 

Skymino

Antica, moderna o contemporanea. L’aggettivo può variare, ma il soggetto scelto è sempre lo stesso: l’architettura, le sue forme ed evoluzioni più ardite. Il canale di Roberto, che è l’autore del blog http://skyminoshouse.blogspot.it, raccoglie i migliori skyline di Milano: http://web.stagram.com/n/skymino.

 

Tenebrogg

Giulio Giacconi è uno degli igers più seguiti fra quelli milanesi, con 39.000 follower. I suoi scatti mostrano il cuore pulsante della città, cioè le persone, descrivendone espressività, bisogni, sorprese e desideri. Ogni foto è davvero una storia: http://web.stagram.com/n/tenebrogg.

 

 

Andykate

Andrea è una delle amministratrici di @igersmilano, con Ilaria De Filippo e Orazio Spoto. Seguitissima. Ogni sua didascalia è fonte di aneddoti, citazioni, riflessioni. Ha un fresco e spiccato gusto del bello e un’attenzione speciale per la moda: http://web.stagram.com/n/andykate.

 

 

Zavarov76

Qui c’è la Milano della street art e dei fumetti, eredi di una grande tradizione cittadina, quella dell’illustrazione. Seguendo Leo Muti potreste arrivare a conoscere murales e graffiti di cui non conoscevate l’esistenza. Magari proprio nel vostro quartiere: http://web.stagram.com/n/zavarov76.

 

 

Black_hole_sun

Il canale di Stefano è privato, ma vale la pena conoscerlo. È un fotografo e si vede dalla sua capacità di scegliere quali storie raccontare. Nel suo canale tanti volti, corpi, baci rubati. E il bianco e nero a rimarcare ogni ruga: http://web.stagram.com/n/black_hole_sun.

 

 

Polylm

Geometrie, prospettive, simmetrie. Marco Lamberto ruba dettagli a Milano e li fa suoi, usando altri punti di vista per rimetterli in scena. Ha un occhio molto curioso e riflessivo, e utilizza una estrema cura nella post produzione degli scatti: http://web.stagram.com/n/polylm.

 

 

Tentatividiauro

Auro conosce questa città come le sue tasche. Ogni immagine spiega qualcosa di lei e qualcosa di Milano. Il suo è un canale molto social, ironico e spontaneo. Con tante facce, qualche bestiolina, molte scarpe e una predilizione per la zona del Trotter: http://web.stagram.com/n/tentatividiauro.

 

Dariomino

Dario Maria Dossena è un famoso doppiatore e attore, con un grande amore per le sorprese che riserva Milano: le scale dei palazzi, i tetti, gli effetti del tempo sui colori, i particolari storici. A volte nel suo canale ci trovate anche un po’ d’Europa (e Skymino): http://web.stagram.com/n/dariomino.

 


Katchuchung

La comunità filippina è la più numerosa fra quelle straniere presenti in città. Sbirciare fra gli scatti di Kate Tapallas è divertente per scoprire come vive e cosa piace a una giovane ragazza milanese di origine filippine. Molti sono scatti personali, ma anche da qui si può scoprire come cresce Milano: http://web.stagram.com/n/katchuchung.

 

Trammilano

Omen nomen. Trammilano ha una evidente passione per la rete di trasporto pubblico cittadina, che d’altronde non perde mai il suo fascino unico, storico. La città è in movimento, Instagram la segue: http://web.stagram.com/n/trammilano.

 

 

Se anche voi raccontate le vostre città attraverso un filtro vintage, aggiungete il vostro canale Instagram personale e magari anche il vostro instagramer preferito nei commenti.

Comments (0)

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Dalla torre Galfa a palazzo Citterio: personale riassunto su Macao, che parte da un anno fa

Posted on 21 maggio 2012 by Alessio Baù

Ci sarebbe molto da interrogarsi sul perché le torri siano diventate nel nostro Paese luoghi simbolo di protesta, megafono del disagio di questi anni in crisi. Negli ultimi sei mesi a Milano la parola “torre” ha sempre riportato alla mente la protesta dei lavoratori dei treni notte, arrampicati a vedetta di quel binario 21 che univa, dopo mezzanotte, nord e sud d’Italia. E prima ancora, a vedetta, su altri edifici della città, erano saliti studenti e ricercatori, contro il precariato.

Da quindici giorni è un’altra “torre” a riempire le chiacchiere dei milanesi. Difficile non notarla: prima spenta, stranamente invisibile fra le due vicine più grandi (il Pirellone e il nuovo Palazzo della Regione Lombardia), a pochi metri dalle nuove vette del quartiere Garibaldi; poi improvvisamente illuminata di blu, come un acquario o una navicella, scesi sulla stazione Centrale. Dalla bici, di sera, si riusciva a intravederla fin dalla Circonvallazione interna: un faro al neon in quella zona che solitamente, quando cala la notte, ha in fondo poco da offrire che non sia la fila dei taxi, la bella tribù degli skater, qualche amante a ore negli alberghi più brutti della città.

Di occupazione i Lavoratori dell’Arte parlano da circa undici mesi. Con divergenze, all’interno di questo gruppo, che rimane di complessa individuazione e che nel tempo di un anno ha perso la maggior parte dei suoi membri originali, degli inizi. Lo scorso luglio era stato diffuso un comunicato del gruppo (con una appendice sulla politica culturale milanese) che presentava fra i primi firmatari diversi operatori del settore che si sono nel tempo sfilati. Dei primi firmatari mi risulta ne siano rimasti cinque su quindici. Lo so perché una delle prime informali riunioni di questo gruppo è avvenuta sotto i miei occhi, appunto undici mesi fa. Sulle intenzioni, nel gruppo, i pareri erano diversi, ma una piccola parte era già schierata per una occupazione: “Dobbiamo fare come al teatro Valle”, dicevano, fra le altre cose. Ricordo allora di aver suggerito, da osservatore estraneo al progetto, di cercare piuttosto degli interlocutori, dato anche il cambio di governo della città. Ma la questione era rimasta aperta.

Col tempo la via dell’occupazione si è fatta evidentemente strada, con un primo test – lo ricordereteal Pac lo scorso dicembre. Nel frattempo assemble e incontri, che io non ho seguito, finché non ho appreso della torre blu. A occupare Macao lo scorso 5 maggio si sono presentati in un centinaio: tanti. Così scrivevano i Lavoratori dell’Arte a fine settembre, circa otto mesi prima: “Il Documento dei Lavoratori dell’Arte esprime la convinzione che sia necessario conquistare all’arte e alla cultura lo status di beni comuni e vuole rappresentare un punto di partenza per sviluppare pratiche e discussioni intorno alla necessità di costruire un nuovo welfare culturale. Per questo motivo, noi Lavoratori dell’Arte, dobbiamo cercare di esplicitare con chiarezza le condizioni di precarietà in cui ci troviamo ad operare. Specialmente laddove il termine precarietà appare ormai inflazionato, è necessario invece riconoscerne le dinamiche, l’ambivalenza, l’estensione e le forme. Del resto, in un momento in cui la crisi ha acuito la gravità delle nostre condizioni, dobbiamo partire da una diagnosi lucida per mettere in campo contromisure efficaci“. È una analisi chiara, che, sulla carta, chiede concretezza, parla di pratiche e richieste di un nuovo welfare culturale.

L’occupazione della torre Galfa, edificio di 32 piani, ex sede di una banca, chiuso da quindici anni e dal 2006 di proprietà della Fondiaria Sai di Ligresti, ha richiamato molte persone a visitare il grattacielo e a chiedersi cosa farne di tanto spazio inutilizzato ridato alla città, alla gente.

Il progetto chiamato Macao – che pre-esisteva all’occupazione e ad aprile aveva già lanciato un bando per raccogliere idee per un nuovo centro per le arti a Milano – ha creato aspettative enormi, alimentate e dalla effettiva mancanza di spazi di tal genere e dalla efficacia delle scelte comunicative di chi si è impegnato sulla torre: in primis la mistica del luogo, capace di mettere a tutti noi in testa mille idee e due grandi ali, da cui vedere, dall’alto, il futuro della città che vorremmo (“Si può anche pensare di volare”, diceva lo striscione srotolato lungo il fianco della torre) e quello che non vorremmo (lo strapotere della lobby immobiliarista, con ancora nella memoria la ferita di Isola Art Center); in secundis il battage pubblicitario, col supporto di un grande passaparola, la partecipazione di testimonial importanti, il passaggio di musicisti del calibro degli Afterhours che hanno portato lì la loro arte, il tutto rilanciato da un massiccio uso dei social media. E poi Dario Fo, le feste riuscite, quel blu lunare che faceva pensare a Berlino.

Sono nati dei tavoli di lavoro, si è iniziato a parlare di progettare dentro i primi piani di questo immenso sogno di vetro. C’è chi ha piantato i semi per fare un orto, il gesto più forte e sensato che io abbia visto nei giorni in cui sono passato a Macao, molto incuriosito da tante energie e partecipazione. È evidente a tutti che ad essere stati richiamati non sono stati solo i frequentatori dei centri sociali, ma anzi tanti altri, fotografi, designer, giornalisti, artisti, attori, architetti, studenti giovanissimi. Una spontanea corale vivacità, che si era già vista nel maggio 2011 ma che nessun pretesto, da allora, era ancora riuscito a rilanciare, coaugolare e indirizzare, in questo modo, verso uno spazio, fosse esso fisico o immateriale. Questo è quanto di buono Macao ha generato, riflesso a mio avviso di una azione eclatante e di un bisogno urbano e generazionale, più che di una visione finalizzata a proporre nuovi strumenti, nuovi obiettivi. Dove è finito il tema del nuovo welfare culturale, quali le proposte?

Macao ha occupato uno spazio privato e sapeva per questo di avere i giorni contati, o quantomeno lo sapevano gli organizzatori dell’occupazione. Ho trovato affascinante il testo del professor Ugo Mattei sul tema pubblico/privato e bene comune: da non esperto di diritto ne colgo la carica ideale ma rimango perplesso di fronte all’interpretazione del giurista. “È stato esercitato – aveva spiegato pochi giorni dopo l’occupazione il prof. Mattei, che nella diffida fa riferimento anche a una sentenza del Tribunale di Roma dell’8 febbraio 2012 – un atto di cittadinanza attiva, per rivendicare uno spazio vuoto ai fini della collettività“. A quanto aveva scritto fin da subito l’avvocato Mirko Mazzali – lui alla guida della commissione Sicurezza a Palazzo Marino, da sempre vicino alle ragioni care anche a Macao – (“Chi occupa commetterà sicuramente un reato, lo accerterà un giudice. Chi costruisce grattacieli per lasciarli vuoti in ogni caso ha sicuramente torto“, sue recenti parole su Facebook), l’amministrazione comunale però poteva fare ben poco per evitare uno sgombero: “Il Comune giuridicamente, ripeto giuridicamente non può nulla - scriveva - per evitare lo sgombero. Quindi inutile accusare il Comune se avverrà lo sgombero. Poi si vedrà“.

Il dialogo con l’amministrazione c’è stato. La proposta del Sindaco Giuliano Pisapia, che si è presentato in assemblea sotto la torre Galfa nel pomeriggio dopo lo sgombero (gli occupanti attendevano lo sgombero per giovedì mattina, le forze dell’ordine sono arrivate il martedì; dopo essere usciti, i Lavoratori dell’Arte hanno occupato via Galvani, per tre giorni), è stata sensata. Pisapia ha detto di comprendere la portata delle richieste e la potenzialità del progetto Macao, ha messo al corrente dei progetti dell’amministrazione sul tema degli spazi (il lavoro in corso da mesi per portare gli spazi inutilizzati verso un uso temporaneo per associazioni è lodevole, giusta direzione da intraprendere per costruire con una prospettiva a lungo termine: consiglio di approfondire sul sito di TempoRiuso e sul sito del Comune), ha avanzato la proposta di utilizzare gli spazi dell’ex Ansaldo, in via Tortona, come Officine per la creatività per chiunque abbia voglia di costruire progetti culturali che possano arricchire Milano. Si potrebbe dire che ha teso la mano. Gli è stato risposto, fin dai primi minuti dopo il suo intervento, che il bisogno di Macao non è quello di uno spazio e che sotto la torre Galfa si stavano sperimentando invece forme di democrazia diretta, qualcosa di nuovo e autodeterminato. Sono sincero: mi sono cadute le braccia. In seguito è arrivato il rifiuto formale di partecipare all’incontro presso l’ex Ansaldo a cui anche i rappresentanti di Macao erano stati invitati dall’assessore alla cultura Stefano Boeri, per un confronto, un ragionamento, anche assieme alle altre realtà del panorama culturale e delle associazioni di Milano. Dario Fo ha, dopo questo diniego (solo una lettera per l’ex Ansaldo, senza replica o confronto), scaricato Macao e con lui – mi pare – diversi altri cittadini.

E sulla nuova occupazione, quella di palazzo Citterio, si è espresso oggi pubblicamente su Stefano Boeri: io condivido tutto.

Credo che la parte costruens di chi in Macao ha portato mattoni e coraggio (e anche i sogni, come scrive Massimiliano Perna, e anche il miracolo – come lo ha definito Marina Petrillo – di un concerto come quello di giovedì scorso) possa portare avanti le sue istanze senza quell’autoreferenzialità che rende monco il dibattito in Macao e attorno a Macao. Il non accorgersi che dopo vent’anni la disponibilità al confronto da parte di chi amministra è cambiata credo sia sbagliato: una forzatura. Le persone che portano avanti Macao hanno la grossa responsabilità di non far passare, specie fra i tanti giovanissimi che li guardano molto coinvolti, il messaggio che comunque la politica è lontana dalle istanze di chi vuole generare idee di cambiamento e cultura. Penso che queste esigenze vadano affrontate avviando progetti concreti, con un tetto legalmente riconosciuto sulla testa, passo passo, senza per forza inaridirsi in un civismo di facciata – che è sempre un brutto rischio – ma soprattutto pensando davvero a volare. Come farlo se non ponendosi in dialogo con chi può incidere sul futuro di Milano? Bisogna provare, difficile conoscere gli esiti a priori. Si decida cosa e come.

Ha scritto bene Virginia Ricci su Vice, dopo dieci giorni di torre Galfa: “Troviamo il modo per uscire con stile da quel grattacielo, uscire per strada, trovare un altro luogo, trovare uno spazio, ma prima trovare un fine“.

In origine il fine dei Lavoratori dell’Arte c’era. Si volevano azionare contromisure efficaci “per conquistare all’arte e alla cultura lo status di beni comuni” e “per sviluppare pratiche e discussioni intorno alla necessità di costruire un nuovo welfare culturale”. Forse si deve ripartire da qui: è già una montagna da scalare. Facendo rete.

Comments (4)

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Crisi e raggi di sole: RadioBici in costa Smeralda

Posted on 11 aprile 2012 by Alessio Baù

In bici si notano i dettagli: i profumi forti della primavera; le facce delle persone, che ti seguono con lo sguardo; la gravità di una salita (e il premio che è la discesa); il peso di spostarsi da soli, facendolo in maniera sostenibile, senza forze motrici che non siano le proprie gambe. In bici si danno le cose molto meno per scontate e quando – come in questi primi tre giorni di RadioBici, in Sardegna, sul tandem con Maurizio Guagnetti – si attraversa su due ruote un territorio si matura verso di questo una prospettiva molto oculata.

Non è un elogio alla lentezza. Con RadioBici si pedala parecchio e parecchio veloci: è un mezzo affidabile e tutto sommato equilibrato, visibile. A giudicare dai sorrisi di chi ci guarda dai finestrini delle auto o dai bordi delle strade, deve risultare molto simpatico. Parecchio strano. Anche se il casco che abbiamo in testa lo è ancora di più e quindi, forse, ridono di noi (se è così, vi dico: non siete carini!). Comunque è questa, la parte più bella: la sorpresa di chi, dalla mobilità insostenibile della propria auto, guarda, suona il clacson, saluta, ridacchia, pensa “bello!” e vorrebbe salire a fare un giro per ritrovare quei dettagli perduti che noi collezioniamo sfrecciando qua e là.

“Non abbiamo voce in capitolo”. Abbiamo sentito spesso queste parole ripetute dai piccoli imprenditori che abbiamo incontrato in questi primi giorni nel territorio di Olbia, nord est della Sardegna. Il “capitolo” è quello delle decisioni strategiche sul futuro dell’isola, degli investimenti sulle sue infrastrutture, risorse, economie e intelligenze.

A riempire i giornali locali è il tema dei collegamenti che per l’isola diventano un bene sempre più prezioso: con tariffe salate e traghetti ridotti si prevede un calo del flusso turistico – perno dell’economia locale – del 20% (dopo il meno 30% dello scorso anno, ci hanno detto) nel 2012. La nuova flotta a conduzione pubblica, Saremar, pare già in crisi, con crediti di circa 12 milioni di euro, e il consiglio di amministrazione ha lanciato l’allarme: o aumentano le tariffe, o bancarotta. L’assenza di voli low cost per l’aeroporto cittadino non facilita i flussi turistici e a Olbia, punto nevralgico per il turismo regionale, porta della costa Smeralda, tutto questo pesa.

Eppure c’è chi serra i denti. Come i fratelli Fabio e Maurizio Deiana, dell’hotel Speraesole (che significa “raggio di sole” in sardo, un buon auspicio per noi pedalatori), che abbiamo incontrato in una località a 10 km dal capoluogo, a Murta Maria. Nella frazione siamo arrivati pedalando verso l’aeroporto, poi superando un ponte, mezzo chiuso, ridotto a una corsia (“è così da cinque anni”, ci hanno spiegato). Prima pasticceria artigianale, poi ristorante, poi struttura alberghiera, Speraesole ci ha mostrato che quelli sardi sono imprenditori al quadrato, capaci di sopperire con le proprie forze alle mancanze delle istituzioni rilanciando proposte e servizi (cominciano anche con i ciclisti e il cicloturismo). Ma le richieste alla politica rimangono impellenti, come testimonia questa video lettera di Maurizio Deiana al governatore Cappellacci (ci riceverà, a Cagliari?).

A Olbia centro, di fronte a un aperitivo, abbiamo conosciuto anche Antonio Mura, laureato a Milano e tornato nella città natale per seguire l’impresa di famiglia, storica produttrice di formaggi. Fiero della sua terra e della storia familiare, anche Antonio, che ha 31 anni e davanti una vita da imprenditore, denuncia l’impennata nei costi delle materie prime e la totale mancanza di una regia pubblica capace di condurre la produzione più tipica della Sardegna a un nuovo competitivo livello. Tutela del lavoro, però, al primo posto. L’Italia non è tutta Marchionne, ci è venuto da pensare, ascoltandolo. Secondo Maurizio lo rivedremo candidato fra qualche anno per portare avanti le istanze di una Sardegna diversa. Secondo me ha ragione. La sua video pedalata sarà a breve online su radiobici.it.

A Pasquetta abbiamo pedalato di buona lena fino a Porto Rotondo, per far salire sulla RadioBici, dopo Giuliano Pisapia, Piero Fassino e Matteo Renzi, anche il Cavaliere, a villa Certosa. Armati di un cactus – leggenda giornalistica vuole che fu Minzolini a portare a Berlusconi un cactus come omaggio alla sua prima visita in villa – abbiamo girato in lungo e in largo per trovarla: ma prima dei cancelli della magione (7 ettari, 26 stanze), a qualsiasi entrata, i carabinieri di guardia ci hanno spiegato che no, RadioBici non poteva passare, neanche per una foto. Il rifiuto non ci ha impedito di pedalare per tutta Porto Rotondo, confermando i nostri preconcetti: è forse il posto più brutto della Sardegna (“qui non è Sardegna, è continente“, ci ha detto un cameriere di un bar del centro). Ma la pedalata di ritorno a Olbia, sfiorando Golfo Aranci, ci ha regalato un tramonto ritemprante.

Non siamo invece riusciti ad andare a conoscere quello che ci hanno raccontato essere il Re di Tavolara, erede della famiglia Bertoleoni, autoproclamatasi nell’Ottocento sovrana di questa micro-isoletta nel golfo di Olbia, che abbiamo ammirato dalla spiaggia di Pittulongu. Tavolara è un concentrato di Sardegna: contiene una ex base NATO – simbolo di una forma di occupazione militare che ha segnato le vicende dell’intera regione -, ospita il regno più piccolo del mondo (sorto con la benedizione di Queen Victoria, secondo i Bertoleoni) e ha visto passare di lì i corsari, re e pescatori. Mancava RadioBici. Per ora resta un desiderio. Ci spostiamo a nord ovest.

Comments (3)

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Vado a pedalare con #RadioBici: tutta la Sardegna, per dieci giorni, con Maurizio Guagnetti e i nostri smartphone

Posted on 04 aprile 2012 by Alessio Baù

Il giornalista Maurizio Guagnetti è partito da Milano il 21 marzo scorso per fare un giro d’Italia di 100 tappe su una bicicletta molto speciale, alla ricerca di storie sensibili che raccontino l’Italia che si muove.

Maurizio è una delle voci dei GR di Radio Montecarlo, 105 e Virgin Radio, è un pedalatore e uno scalatore di montagne; soprattutto, è un giornalista con la schiena dritta e una fervida immaginazione, caratteristiche l’hanno portato a concepire e mettere in piedi un’operazione bellissima, al tempo stesso d’inchiesta e educativa, di ricerca e di richiesta per un cambiamento reale. Con la sua bici a due posti (firmata bicicaffe) sta girando il Paese intervistando Sindaci, cittadini, personaggi pubblici, condividendo con loro pezzi di strada (potete anche candidarvi a pedalare con lui), tutti ripresi da una telecamera e raccontati poi sia online su RadioBici.it, Gazzetta dello Sport e Twitter (con hashtag #radiobici) che in radio, su Radio Montecarlo (ogni sera dopo le 20) e 105 (in “Friends”), con collegamenti e speciali dal territorio. Una avventura resa possibile anche grazie al sostegno del WWF e di alcuni sponsor che hanno sposato l’iniziativa – come Sorgenia, Electrolux, Montura, Unifarco, Best Western – e abbracciata anche dai promotori della campagna #salvaiciclisti.

Maurizio mi ha chiesto di condividere con lui la pedalata in terra sarda: e questo venerdì, 6 aprile, si parte. Per dieci giorni, partendo da Olbia, scenderemo giù, percorrendo tutta la Sardegna verso Cagliari (fra le tappe: Olbia, Porto Rotondo, Ghilarza, Nuoro, Oristano…), dove c’è già un appuntamento con uno dei Sindaci più giovani d’Italia, Zedda. È una bella sfida: la Sardegna è sempre stata poco raccontata, spesso per stereotipi; sarà importante capire come l’isola sta cambiando, come affronta i temi della sostenibilità, della mobilità alternativa, della crisi, del cambiamento sociale. Saremo io, lui e chi vorrà accompagnarci lungo il percorso, pedalando. La testa è pronta, speriamo anche le gambe.

Seguiteci su Twitter (@alessiobau e @mguagnetti), in radio e naturalmente su RadioBici.it e Gazzetta dello Sport.

E intanto, prima della Sardegna, riguardatevi con me alcune delle video ciclo-interviste fin qui raccolte da Maurizio. Diventeranno un piccolo cult?

Filippa Lagerback

Piero Fassino, Sindaco Torino (e a questo link c’è anche il Sindaco di Milano)

Don Andrea Gallo

Maurizio Zoccarato, Sindaco Sanremo

Comments (0)

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Alemanno, la satira e il finto profilo Twitter. Cosa succede con i fake politici all’estero? (e un pensiero a #Sucate)

Posted on 04 febbraio 2012 by Alessio Baù

Per lavoro e passione osservo come aziende, giornalisti, opinionisti, istituzioni e politici dialogano nei social media.

Ieri mattina, complice l’arrivo della neve a Roma (dopo la visita milanese: qui tanto freddo, ma pochi disagi), ho seguito i tweet del canale ufficiale del Sindaco della città, Gianni Alemanno. Scorrendo la pagina l’impressione avuta da un tweet, che ho segnalato, era di una attività vivace, ma un po’ sopra le righe (Twitter non è un fax, appunto). L’emergenza neve ha poi preso il sopravvento, e #nevearoma è diventato l’argomento più discusso del giorno sulla piattaforma. Dino Amenduni ha scoperto che la fonte di molti di questi tweet a tema, almeno inizialmente, era univoca, e ha ipotizzato uno scenario che andava ben oltre i risvolti meteorologici e ne svelava di politici. Con lui anche Tommaso Labate. C’è, infine, stata una smentita dei diretti interessati, che hanno sostenuto di essere stati, a loro volta, vittime di un’operazione progettata da altre persone, come a screditare la comunicazione social del Sindaco. Andatevi a leggere i dettagli.

Non voglio però soffermarmi qui: verranno fatte le opportune verifiche. Non mi soffermo neanche sul profilo @aledanno, creato ieri pomeriggio per rilanciare, molto chiaramente e senza filtri, tweet critici contro il Sindaco di Roma. O sulla diffusione di questo video.

Il vero caso che mi ha colpito e che sono sicuro farà discutere, è stata però la nascita, nella tarda serata di ieri di un account “finto”, un “fake” in piena regola, a tema Alemanno: questo https://twitter.com/#!/AIemannoTW. A volte basta una sola lettera di differenza (“I”) per generare molto chiasso.

Oppure basta una svista: #Sucate, vi dice niente? Come sapete durante la campagna elettorale milanese 2011 ho fatto parte dello staff digital di Giuliano Pisapia, vivendo da vicinissimo l’esplosione di quel fenomeno, che seguiva quasi a ruota quello dei #MorattiQuotes (al tempo noi dello staff ci eravamo talmente divertiti che ci eravamo fatti persino le t-shirt a tema). L’uno oggi e l’altro ieri sono casi diversi, ma li lega la medesima natura di libera presa in giro del potere. Satira. Satira collettiva. Il profilo “fake” di Alemanno ha infatti prodotto tweet palesemente satirici. Il mio preferito: “Invito i cittadini romani in difficoltà a segnalare la loro posizione rispondendo a questo Twitter. Per cortesia spargete la voce. E il sale“.

A cadere nel tranello è stata anche la conduttrice Rita Dalla Chiesa, che nel pomeriggio aveva twittato all’account (vero) del Sindaco le sue considerazioni critiche sulla gestione del problema neve. Poi, a provocarla, a un certo punto, è arrivato il tweet dell’Alemanno “fake”: “EMERGENZA NEVE: PREGHEREI @ER_PALETTA DI SGOMBRARE IL VIALETTO DI @ritadallachiesa PER CORTESIA“.

Di qui, una querelle quasi surreale fra la conduttrice e il falso Sindaco. Anche Repubblica Roma ci è cascata, così come molti lettori del feed della conduttrice.

Per chi ha osservato il susseguirsi degli eventi, da fuori, la cosa è stata perfidamente spassosa, spuntata, ancora una volta, da un’idea discussa ore prima su Friendfeed (l’utente originario, se volete, cercatelo: non è quello il punto). Insomma: quasi un #Sucate 2, il ritorno.

Il Sindaco di Roma e il suo staff, però, non hanno affatto gradito. Anzi. All’una e due minuti hanno scritto: “#romaneve #neveroma – dopo i finti fans ora il finto Alemanno CRETINI – partita denuncia – @AIemannoTW“, a cui hanno fatto seguire un tweet con un allarmato comunicato ufficiale sulla Pagina Facebook del Sindaco. Insomma, è stata annunciata una denuncia per chi ha ordito le trame.

Mi domando: ha davvero senso arrivare a tanto?

Mi sono risposto riportando alla mente alcuni casi non italiani. Secondo me qui c’è da imparare.

Cito il mio preferito. Rahm Emanuel, ex capo di Gabinetto di Obama alla Casa Bianca, è, dallo scorso anno, il Sindaco di Chicago. Prima della sua proclamazione, accanto al suo canale Twitter ufficiale, per tutta la durata della campagna elettorale, Emanuel ne ha visto esistere uno fake che gli faceva letteralmente il verso, storpiando o volgarizzando le sue dichiarazioni o inventandosele di sana pianta, con parecchia fantasia. Il canale era persino più seguito di quello suo ufficiale. Rahm Emanuel reagì proponendo, a una settimana dalle elezioni, in diretta radio, all’autore del canale, di farsi vivo e rivelare la sua identità appena passate le elezioni, promettendogli, se lo avesse fatto, di donare 5000 dollari a una causa di beneficenza scelta dallo stesso autore. Alla domanda del giornalista sull’argomento usò queste testuali parole:

Are you kidding? This guy — or gal, whoever writes — has done a huge following and a lot of people say I just read your tweet and I say huh?”. Trovate tutto l’articolo qui. Touché. E alla fine l’autore rivelò la sua identità su The Atlantic.

Fra gli altri casi di “fake” eccellenti, segnalo anche il primo ministro inglese David Cameron, in versione cattivo cattivo ragazzo: https://twitter.com/EtonOldBoys. C’è anche un finto Nichi Vendola, per la cronaca: https://twitter.com/#!/nikivendola. “K” al posto di “ch”. E “un ricordo commosso a Don Verzè“.

Su questa vicenda del fake di Alemanno e della reazione del diretto interessato e del suo staff si innestano diversi livelli di riflessione: sulla legittimità di utilizzare i nomi, pur storpiati, di altri soggetti in rete; sull’opportunità o meno della presenza di certi politici nei social media; sulla maturità della società e della classe politica italiana nei confronti della satira. Comunicativamente, a mio avviso, una risposta c’è già: difficilmente questa reazione di Alemanno piacerà o disinnescherà il fenomeno del cattivo passa parola sul Sindaco o sul problema neve.

Lo scorso settembre ho incontrato a Oslo uno dei papà di Personal Democracy Forum, il prof Andrew Rasiej. Quando gli ho raccontato dell’esperienza fatta con Pisapia mi ha detto: “Digli di creare subito un account fake che lo prenda in giro. Meglio che lo faccia lui, prima che lo faccia qualcun’altro…“.

***

Update: segnalo anche le riflessioni di Luca Perugini e Matteo Castellani Tarabini.

Comments (4)

Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Nordic Techpolitics 2011: Oslo vuole più democrazia e la tecnologia non sta a guardare

Posted on 19 settembre 2011 by Alessio Baù

Attorno alle mura esterne della cattedrale di Oslo ci sono migliaia di rose, in fila, appoggiate alle pareti. Le rose appassite formano uno strato di humus verdastro sopra cui con costanza altre rose fresche vengono adagiate, in un rituale che ai miei occhi è parso disordinato e insieme logico e composto. Dentro la cattedrale, a fianco del pulpito da cui il pastore – una donna – celebra la sua liturgia una parete raccoglie fogli di carta pieni di cuori disegnati. Ai norvegesi piace usare la forma del cuore, te la ritrovi ovunque e anche fuori dalla cattedrale si incontra un cuore enorme, di legno, piantato nella terra umida di pioggia, con sopra inciso: “L’amore è più grande di qualsiasi altra cosa”.

Fra le persone che ho incontrato nei giorni scorsi a Oslo, per lo più partecipanti alla Nordic Techpolitics conference per cui sono venuto per la prima volta in Norvegia (assieme ad Antonella Napolitano, editor europea di PdF), sono in poche a non conoscere qualcuno che ha perso un amico o un parente nella strage del 22 luglio. L’auspicio che ho sentito ripetere da chiunque abbia nominato quel categorico “after July 22” e abbia cercato di raccontare com’è la Norvegia dopo lo shock, è stato che la strage possa per contrasto spingere le vele della democrazia a soffiare più forte e in modo più trasparente. Lo aveva detto esattamente il primo ministro Jens Stoltenberg, dopo quelle ore orrende: “More openness, more democracy”. I cittadini sono con lui e si sente. “Ognuno di noi può costruire una democrazia più forte”, aveva detto. E il suono di quelle parole, a Oslo, echeggia.

Naturale dunque che Bente Kalsnes, l’organizzatrice della prima conferenza dedicata alle intersezioni possibili fra politica e tecnologia nei Paesi del Nord Europa, abbia deciso di porre la sua creatura sotto questa lente, per investigare cosa significhi auspicare “più democrazia” oggi in Norvegia, forse uno dei Paesi più avanzati del mondo sul fronte dei diritti civili. D’essere in una culla di civiltà ho avuto una conferma quando chiacchierando con dei neo-genitori ho scoperto che come sostegno da parte dello Stato per il loro bambino hanno un sussidio mensile (“child care”, fino ai 18 anni) e che mamma non può prendersi la cosiddetta maternità se anche papà non prevede di prendersi la cosiddetta paternità, prima o dopo il partner. Lì sono banalità. Viste dal punto di vista italiano, delle enormità.

We Government

È stato Andrew Rasiej di Personal Democracy Forum, ospite americano, ad aprire Nordic Techpolitics fissando i termini del dibattito, dandoci una chiave di lettura fondamentale sull’attuale scenario e sugli sviluppi prossimi. “Non dobbiamo parlare più di e-government – ha spiegato – ma di we-government”. Che chi ci governa sfrutti la tecnologia per dialogare con i cittadini è dovuto ma non sufficiente e “more openness, more democracy” vuol dire dotare le persone di informazioni e servizi da poter liberamente usare, trasformare, riempire di significati, rendere a loro volta disponibili ad altri cittadini attraverso la tecnologia. Diversi gli esempi pratici già analizzabili: inglesi (http://www.fixmystreet.com), americani (http://www.cabsense.com),  africani (il famosissimo http://www.ushahidi.com, open source e declinato in vari progetti nel mondo), scandinavi (i servizi annessi al sito della città di Stoccolma l’hanno reso la città la più accessibile al mondo) e così via.

“Non serve reinventare la ruota”, ci si è detti spesso durante Nordic Techpolitics, ed è proprio vero. Informazioni su quello che ci circonda vengono già prodotte da governi, enti pubblici e privati, centri di ricerca e così via. Servono persone capaci di decifrarle – per renderle comprensibili e facilmente disponibili – e occorre infine educare i cittadini all’uso e all’importanza degli “open data”. Su questo egregiamente fanno da timone gli studi della Sunlight Foundation presente a Oslo col suo co-fondatore Michael Klein. Håkon Wium Lie di Opera software, ha risposto così alla domanda “Why data should be public?”: 1) abbiamo già pagato per queste informazioni, sono nostre 2) chiederle risponde a un principio democratico 3) usarle apre nuovi scenari business.

Birgitta Jonsdottir e Bård Vegar Solhjell

Birgitta è una poetessa e un’attivista. Sul palco di NT è arrivata con un fiore giallo infilato nel caschetto nero. Nell’aprile 2009 è stata eletta nel Parlamento islandese (col suo “Movimento dei Cittadini”) del dopo crisi ed è diventata la promulgatrice di una legge che sta cambiando il mondo, l’IMMI. Birgitta ha lavorato per rendere il suo sogno di “more democracy” (e quello dei suoi collaboratori e ispiratori, fra cui si conta anche Julian Assange di Wikileaks) una realtà: così, di fatto, l’Islanda si sta trasformando in un rifugio sicuro per la libera espressione su Internet, terra digitale dove non contano le leggi repressive. Massima protezione. “Su Internet siamo spesso usati solo come utenti e consumatori, non cittadini. La vera sfida odierna è la difesa dei diritti online” ha spiegato lei. IMMI raccoglie il meglio della legislazione mondiale in materia di libertà d’espressione. “Sono ancora incredula – ha confessato – che il Parlamento abbia accettato la mia proposta di legge”. Invece, nella piccola e rivoluzionaria Islanda, è successo. E in fretta. Il fattore temporale è stato determinante per portare a casa il risultato. Ora è in corso la fase di assestamento legislativo per adattare la Costituzione a IMMI. Nel giro di un anno quel sogno sarà realtà, a occhi aperti. I server islandesi si apprestano a divenire una fortezza della ragione, in questo terzo millennio. Anche se il Parlamento islandese è “un po’ troppo lento” per Birgitta, alla fine dovrà stare al suo passo.

A confrontarsi con lei, sul palco di Nordic Techpolitics, Bård Vegar Solhjell, testa, nel Parlamento norvegese, del Socialist Left Party. Quarant’anni, già ministro dell’educazione e della ricerca, è sicuro dell’importanza di “presentare chiaramente i fatti” e della forza dell’argomentazione contro ogni forma di estremismo. Interpellato su come fare a portare il tema degli open data nell’agenda dei politici, ha risposto: “Dovete farlo voi. Dovete votare solo quei politici che conoscono la materia e ne parlano, che organizzano interventi sulla trasparenza in democrazia”. Sprofondato nella sedia, ho preso appunti. Dal Paese dove il primo ministro dice “Gògol” al posto di “Google”, anche questo è stato un altro piccolo shock culturale.

Attivismo e social media: primavera rimandata, in Norvegia?

Su quanto stiano influendo i social media circa i livelli di partecipazione democratica e di coinvolgimento politico attivo dei giovani nel Paese scandinavo, ho raccolto due opposte ipotesi. Il dibattito si concentra in particolare su Facebook, che in Norvegia viene utilizzato da tutta la popolazione di età compresa fra i 15 e i 30 anni ed è il social media numero uno, in testa a YouTube, Wikipedia, Twitter e Linkedin. Secondo le ricerche di Bernard Enjolras (Institutt for Samfunnsforskning) Facebook viene usato da un numero crescente di giovani (16-26 anni) non solo come strumento di informazione – è stato in assoluto la prima fonte di notizie circa la strage del 22 luglio, per il target considerato – ma come mezzo di mobilitazione: le dimostrazioni seguite alla tragedia hanno visto una partecipazione in ascesa di pari passo alla diffusione in crescita del passaparola sulle manifestazioni emerso su Facebook. All’opposto, secondo Petter Bae Brandzæg (del centro di ricerca SINTEF), nessuna crescita significativa è in atto: fra i suoi 4400 intervistati, infatti, quanti hanno nominato la politica come ragione utile per usare i social media, nel corso di questi anni? Nel 2007 lo 0% dei giovani, nel 2008 il 14%, nel 2009 il 13%, nel 2010 il 13%. È evidente quanto la situazione norvegese sia diversa da quella dei Paesi protagonisti della primavera araba: un’analisi organica è ancora prematura. Incoraggiante che il fenomeno venga fatto a pezzi e studiato per essere posto al centro delle agende politiche.

Bambuser e la rivoluzione in un “rec”

Forse alcuni di voi già conoscono Bambuser. Se non fosse così, cliccate nel box video della sidebar di questo blog e vedrete subito di cosa si tratta. Il servizio di mobile-streaming, che esiste dal 2007 (ben prima dell’era iPhone), è oggi usato in 190 Paesi. Dato che le Nazioni Unite contano 193 Paesi mi piace pensare a Bambuser come a un tecnologico missionario di pace, un diffusore di democrazia. Il giorno prima della conferenza norvegese ho avuto il piacere di conoscere la persona che si è inventata tutto questo: Måns Adler. Brillante ragazzo svedese di trent’anni, testa piena di riccioli rossi, uno che fra dieci anni sarà forse il papà di qualche meraviglia tecnologica quotidiana. Con un suo amico del posto mi ha portato in un bar di Oslo a bere un drink accompagnato da una zuppa – pare sia usanza locale – e siamo finiti a parlare di politica italiana (“Non va così male come in Grecia, però la situazione è pessima, vero?”). Måns si è immaginato Bambuser nel corso del 2006 col preciso desiderio di democratizzare i servizi broadcasting abbattendone i costi di produzione. “Volevamo restituire in video un livello emozionale di condivisione sociale che i canali tradizionali non soddisfacevano”. L’uso di Bambuser è esploso l’anno scorso, in Egitto. A maggio l’attivista Ramy Raoof manda in live streaming dal suo cellulare le immagini della repressione del governo. La polizia ritira i cellulari, ma Ramy ha già vinto una prima battaglia: il video viene usato in un processo a difesa del movimento di protesta. Nel giorno delle elezioni, lo scorso novembre, sono 10.000 i video che vengono caricati da cittadini egiziani sul territorio, quasi una forma di controllo e testimonianza diffusi. Il 28 gennaio 2011 Bambuser e Twitter sono i primi due servizi a essere tagliati dal regime, prima del totale oscuramento di Internet a rivoluzione in corso. Anche a Oslo, lo scorso 22 luglio, è di un ciclista il primo video reportage video dal luogo dell’attentato: la televisione danese intercetta lo streaming e lo rilancia in pochi minuti. Il concetto di “inviato” è così più ricco e sfaccettato. Cosa significhi letteralmente “Bambuser” Måns lo spiega qui, se siete curiosi. Mi piacerebbe molto portarlo in Italia, a parlarci della sua idea di giornalismo e partecipazione. Qui non è mai stato. E si aspetta un invito.

Un articolo di Antonella Napolitano sulla conferenza si può leggere qui.
Altri post sono su Pdf Europe
. Qualche scatto da Nordic Techpolitcs si può scaricare da qui.

Al prossimo anno.

English version

Comments (2)