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Dalla torre Galfa a palazzo Citterio: personale riassunto su Macao, che parte da un anno fa

Posted on 21 maggio 2012 by Alessio Baù

Ci sarebbe molto da interrogarsi sul perché le torri siano diventate nel nostro Paese luoghi simbolo di protesta, megafono del disagio di questi anni in crisi. Negli ultimi sei mesi a Milano la parola “torre” ha sempre riportato alla mente la protesta dei lavoratori dei treni notte, arrampicati a vedetta di quel binario 21 che univa, dopo mezzanotte, nord e sud d’Italia. E prima ancora, a vedetta, su altri edifici della città, erano saliti studenti e ricercatori, contro il precariato.

Da quindici giorni è un’altra “torre” a riempire le chiacchiere dei milanesi. Difficile non notarla: prima spenta, stranamente invisibile fra le due vicine più grandi (il Pirellone e il nuovo Palazzo della Regione Lombardia), a pochi metri dalle nuove vette del quartiere Garibaldi; poi improvvisamente illuminata di blu, come un acquario o una navicella, scesi sulla stazione Centrale. Dalla bici, di sera, si riusciva a intravederla fin dalla Circonvallazione interna: un faro al neon in quella zona che solitamente, quando cala la notte, ha in fondo poco da offrire che non sia la fila dei taxi, la bella tribù degli skater, qualche amante a ore negli alberghi più brutti della città.

Di occupazione i Lavoratori dell’Arte parlano da circa undici mesi. Con divergenze, all’interno di questo gruppo, che rimane di complessa individuazione e che nel tempo di un anno ha perso la maggior parte dei suoi membri originali, degli inizi. Lo scorso luglio era stato diffuso un comunicato del gruppo (con una appendice sulla politica culturale milanese) che presentava fra i primi firmatari diversi operatori del settore che si sono nel tempo sfilati. Dei primi firmatari mi risulta ne siano rimasti cinque su quindici. Lo so perché una delle prime informali riunioni di questo gruppo è avvenuta sotto i miei occhi, appunto undici mesi fa. Sulle intenzioni, nel gruppo, i pareri erano diversi, ma una piccola parte era già schierata per una occupazione: “Dobbiamo fare come al teatro Valle”, dicevano, fra le altre cose. Ricordo allora di aver suggerito, da osservatore estraneo al progetto, di cercare piuttosto degli interlocutori, dato anche il cambio di governo della città. Ma la questione era rimasta aperta.

Col tempo la via dell’occupazione si è fatta evidentemente strada, con un primo test – lo ricordereteal Pac lo scorso dicembre. Nel frattempo assemble e incontri, che io non ho seguito, finché non ho appreso della torre blu. A occupare Macao lo scorso 5 maggio si sono presentati in un centinaio: tanti. Così scrivevano i Lavoratori dell’Arte a fine settembre, circa otto mesi prima: “Il Documento dei Lavoratori dell’Arte esprime la convinzione che sia necessario conquistare all’arte e alla cultura lo status di beni comuni e vuole rappresentare un punto di partenza per sviluppare pratiche e discussioni intorno alla necessità di costruire un nuovo welfare culturale. Per questo motivo, noi Lavoratori dell’Arte, dobbiamo cercare di esplicitare con chiarezza le condizioni di precarietà in cui ci troviamo ad operare. Specialmente laddove il termine precarietà appare ormai inflazionato, è necessario invece riconoscerne le dinamiche, l’ambivalenza, l’estensione e le forme. Del resto, in un momento in cui la crisi ha acuito la gravità delle nostre condizioni, dobbiamo partire da una diagnosi lucida per mettere in campo contromisure efficaci“. È una analisi chiara, che, sulla carta, chiede concretezza, parla di pratiche e richieste di un nuovo welfare culturale.

L’occupazione della torre Galfa, edificio di 32 piani, ex sede di una banca, chiuso da quindici anni e dal 2006 di proprietà della Fondiaria Sai di Ligresti, ha richiamato molte persone a visitare il grattacielo e a chiedersi cosa farne di tanto spazio inutilizzato ridato alla città, alla gente.

Il progetto chiamato Macao – che pre-esisteva all’occupazione e ad aprile aveva già lanciato un bando per raccogliere idee per un nuovo centro per le arti a Milano – ha creato aspettative enormi, alimentate e dalla effettiva mancanza di spazi di tal genere e dalla efficacia delle scelte comunicative di chi si è impegnato sulla torre: in primis la mistica del luogo, capace di mettere a tutti noi in testa mille idee e due grandi ali, da cui vedere, dall’alto, il futuro della città che vorremmo (“Si può anche pensare di volare”, diceva lo striscione srotolato lungo il fianco della torre) e quello che non vorremmo (lo strapotere della lobby immobiliarista, con ancora nella memoria la ferita di Isola Art Center); in secundis il battage pubblicitario, col supporto di un grande passaparola, la partecipazione di testimonial importanti, il passaggio di musicisti del calibro degli Afterhours che hanno portato lì la loro arte, il tutto rilanciato da un massiccio uso dei social media. E poi Dario Fo, le feste riuscite, quel blu lunare che faceva pensare a Berlino.

Sono nati dei tavoli di lavoro, si è iniziato a parlare di progettare dentro i primi piani di questo immenso sogno di vetro. C’è chi ha piantato i semi per fare un orto, il gesto più forte e sensato che io abbia visto nei giorni in cui sono passato a Macao, molto incuriosito da tante energie e partecipazione. È evidente a tutti che ad essere stati richiamati non sono stati solo i frequentatori dei centri sociali, ma anzi tanti altri, fotografi, designer, giornalisti, artisti, attori, architetti, studenti giovanissimi. Una spontanea corale vivacità, che si era già vista nel maggio 2011 ma che nessun pretesto, da allora, era ancora riuscito a rilanciare, coaugolare e indirizzare, in questo modo, verso uno spazio, fosse esso fisico o immateriale. Questo è quanto di buono Macao ha generato, riflesso a mio avviso di una azione eclatante e di un bisogno urbano e generazionale, più che di una visione finalizzata a proporre nuovi strumenti, nuovi obiettivi. Dove è finito il tema del nuovo welfare culturale, quali le proposte?

Macao ha occupato uno spazio privato e sapeva per questo di avere i giorni contati, o quantomeno lo sapevano gli organizzatori dell’occupazione. Ho trovato affascinante il testo del professor Ugo Mattei sul tema pubblico/privato e bene comune: da non esperto di diritto ne colgo la carica ideale ma rimango perplesso di fronte all’interpretazione del giurista. “È stato esercitato – aveva spiegato pochi giorni dopo l’occupazione il prof. Mattei, che nella diffida fa riferimento anche a una sentenza del Tribunale di Roma dell’8 febbraio 2012 – un atto di cittadinanza attiva, per rivendicare uno spazio vuoto ai fini della collettività“. A quanto aveva scritto fin da subito l’avvocato Mirko Mazzali – lui alla guida della commissione Sicurezza a Palazzo Marino, da sempre vicino alle ragioni care anche a Macao – (“Chi occupa commetterà sicuramente un reato, lo accerterà un giudice. Chi costruisce grattacieli per lasciarli vuoti in ogni caso ha sicuramente torto“, sue recenti parole su Facebook), l’amministrazione comunale però poteva fare ben poco per evitare uno sgombero: “Il Comune giuridicamente, ripeto giuridicamente non può nulla - scriveva - per evitare lo sgombero. Quindi inutile accusare il Comune se avverrà lo sgombero. Poi si vedrà“.

Il dialogo con l’amministrazione c’è stato. La proposta del Sindaco Giuliano Pisapia, che si è presentato in assemblea sotto la torre Galfa nel pomeriggio dopo lo sgombero (gli occupanti attendevano lo sgombero per giovedì mattina, le forze dell’ordine sono arrivate il martedì; dopo essere usciti, i Lavoratori dell’Arte hanno occupato via Galvani, per tre giorni), è stata sensata. Pisapia ha detto di comprendere la portata delle richieste e la potenzialità del progetto Macao, ha messo al corrente dei progetti dell’amministrazione sul tema degli spazi (il lavoro in corso da mesi per portare gli spazi inutilizzati verso un uso temporaneo per associazioni è lodevole, giusta direzione da intraprendere per costruire con una prospettiva a lungo termine: consiglio di approfondire sul sito di TempoRiuso e sul sito del Comune), ha avanzato la proposta di utilizzare gli spazi dell’ex Ansaldo, in via Tortona, come Officine per la creatività per chiunque abbia voglia di costruire progetti culturali che possano arricchire Milano. Si potrebbe dire che ha teso la mano. Gli è stato risposto, fin dai primi minuti dopo il suo intervento, che il bisogno di Macao non è quello di uno spazio e che sotto la torre Galfa si stavano sperimentando invece forme di democrazia diretta, qualcosa di nuovo e autodeterminato. Sono sincero: mi sono cadute le braccia. In seguito è arrivato il rifiuto formale di partecipare all’incontro presso l’ex Ansaldo a cui anche i rappresentanti di Macao erano stati invitati dall’assessore alla cultura Stefano Boeri, per un confronto, un ragionamento, anche assieme alle altre realtà del panorama culturale e delle associazioni di Milano. Dario Fo ha, dopo questo diniego (solo una lettera per l’ex Ansaldo, senza replica o confronto), scaricato Macao e con lui – mi pare – diversi altri cittadini.

E sulla nuova occupazione, quella di palazzo Citterio, si è espresso oggi pubblicamente su Stefano Boeri: io condivido tutto.

Credo che la parte costruens di chi in Macao ha portato mattoni e coraggio (e anche i sogni, come scrive Massimiliano Perna, e anche il miracolo – come lo ha definito Marina Petrillo – di un concerto come quello di giovedì scorso) possa portare avanti le sue istanze senza quell’autoreferenzialità che rende monco il dibattito in Macao e attorno a Macao. Il non accorgersi che dopo vent’anni la disponibilità al confronto da parte di chi amministra è cambiata credo sia sbagliato: una forzatura. Le persone che portano avanti Macao hanno la grossa responsabilità di non far passare, specie fra i tanti giovanissimi che li guardano molto coinvolti, il messaggio che comunque la politica è lontana dalle istanze di chi vuole generare idee di cambiamento e cultura. Penso che queste esigenze vadano affrontate avviando progetti concreti, con un tetto legalmente riconosciuto sulla testa, passo passo, senza per forza inaridirsi in un civismo di facciata – che è sempre un brutto rischio – ma soprattutto pensando davvero a volare. Come farlo se non ponendosi in dialogo con chi può incidere sul futuro di Milano? Bisogna provare, difficile conoscere gli esiti a priori. Si decida cosa e come.

Ha scritto bene Virginia Ricci su Vice, dopo dieci giorni di torre Galfa: “Troviamo il modo per uscire con stile da quel grattacielo, uscire per strada, trovare un altro luogo, trovare uno spazio, ma prima trovare un fine“.

In origine il fine dei Lavoratori dell’Arte c’era. Si volevano azionare contromisure efficaci “per conquistare all’arte e alla cultura lo status di beni comuni” e “per sviluppare pratiche e discussioni intorno alla necessità di costruire un nuovo welfare culturale”. Forse si deve ripartire da qui: è già una montagna da scalare. Facendo rete.

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Chiediamo scusa a Luciano Rapotez con una legge contro la tortura

Posted on 15 dicembre 2011 by Alessio Baù

Qualche giorno fa, nel bar sotto Radio Popolare, ho conosciuto Luciano Rapotez, portavoce friulano ANPI, in visita a Milano per la proiezione di un documentario di cui è protagonista, con la regia di Sabrina Benussi.

Un partigiano si ascolterebbe per ore. Ma la storia di Luciano rimanda alla parola “resistenza” prima come attitudine caratteriale che come elemento storico. La sua vicenda biografica descrive una persona dal coraggio esemplare. Lui, che oggi conta 92 anni, me l’ha raccontata di fronte a un succo di frutta e a una macchina fotografica. L’ha fatto spontaneamente, non è servito chiedere. Vicende come la sua reclamano passaggi di testimonianza, e mi sono trovato lì, a prendere appunti.

Dalla storia bisogna partire. Quella personale di Luciano Rapotez, almeno negli anni della Seconda Guerra Mondiale e dei suoi tragici strascichi sul terreno nazionale, è intensa e dura, ma simile a quella di tanti suoi coetanei. Cresciuto a Muggia, Luciano aveva operato in marina e, dopo l’8 settembre 1943, era diventato partigiano sul Carso triestino. Da sempre filo comunista, ha combattuto fianco a fianco con i compagni triestini e anche slavi, accorsi a fare la Resistenza. “Aver combattuto in Friuli dopo l‘8 settembre – mi ha detto – è come dire di avere combattuto in Germania”.

La ricostruzione, che seguì, fu aspra. Nel 1955 Luciano Rapotez venne fermato da alcuni poliziotti con l’accusa di un omicidio avvenuto, nel 1946, sul Carso. “Mai commesso”. Ma Rapotez, le sue posizioni, la sua storia (e quel nome), lo resero un ideale capro espiatorio.

Luciano venne torturato (cinque giorni e notti di pestaggi e sevizie fisiche e psicologiche spaventose) e portato a confessare un reato che non aveva commesso. Tre anni di carcere. Poi arrivò un processo che lo assolse, per insufficienza di prove. Dopo tre anni, un secondo processo lo liberò definitivamente. La Cassazione confermò. Ma il passato rimase presente, macchia indelebile.

La vicenda rovinò anche il suo matrimonio, e lui emigrò vent’anni in Germania. Solo da lì ebbe inizio la sua battaglia per chiedere allo Stato italiano le scuse e un risarcimento per quanto successo. Un caso da impugnare, per non continuare a doversi raccontare altre simili storie italiane.

Luciano Rapotez ha posto domande a tutti, spesso inevase da ministri e presidenti. Ha scritto molto. Ha fatto, del riconoscimento del reato di tortura in Italia, uno dei suoi fronti di inesauribile lotta civica. È espertissimo. Un libro del 1985 ricostruisce la sua vicenda, “Il caso Rapotez”: la prima edizione finì subito, “le copie della seconda – mi ha detto – vennero comprate tutte dal ministero dell’Interno”. In ogni caso, sia vero o meno, la sua battaglia è divenuta un simbolo.

A 92 anni non molla, anche se l’età lo richiederebbe. Al di là della sua vicenda processuale (“28 anni di processi…”) e delle inconsistenti risposte da parte delle autorità (“Ma i ministri li abbiamo fatti noi, io insisto, e la Costituzione è il mio riferimento…”), credo che il grande lascito di questo signore sia la denuncia del vuoto giuridico che lo Stato italiano continua a non sanare quando, in un contesto in cui emergono ancora episodi di tortura (il più clamoroso ha segnato il Paese, dieci anni fa: Genova G8 2001, scuola Diaz), non accoglie una legge specifica contro questo crimine intollerabile. Il disegno di legge è passato in Senato, per poi arenarsi: non ha mai avuto l’approvazione del Parlamento. Su questo anche organizzazioni come Amnesty International (leggete il rapporto 2011 sul nostro Paese) sono sul piede di guerra, da tempo. Nel maggio scorso il governo Berlusconi ha rifiutato di proseguire quel lavoro.

Credo che il governo Monti, da cui ci si aspettano scelte rigorose con l’obiettivo di sanare i deficit economici, amministrativi e progettuali del Paese dopo anni di sciopero del buon senso, dovrebbe lavorare per introdurre al più presto il reato di tortura nella legislazione nazionale. Chiediamo scusa a Luciano Rapotez col diritto.

[Foto: Luciano Rapotez e l'assessore di Milano Lucia Castellano]

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Il tram che ha fatto storia (San Francisco può attendere…)

Posted on 26 dicembre 2010 by Alessio Baù

Pochi giorni fa due amici che ho conosciuto in Sudafrica sono venuti a Milano a trovarmi. Per loro, qui, tante prime volte: la neve, la pizza napoletana (c’è, in via Anzani) e… il tram.

Qualcuno non ci farà neanche più caso. Ma per chi, da fuori, mette gli occhi su Milano, la città diventa memorabile anche per i suoi “1928”, i più suggestivi tram ATM, quelli che San Francisco – forse più capace di noi nel promuoversi – ha reso veri e propri simboli delle sue strade. In effetti ho dovuto persino spiegare loro che – sì – il tram su cui viaggiavamo era tutto autoctono e che era San Francisco ad usare i mezzi milanesi, come in un copia-incolla.

E, per altro, lo sapete che anche in Centro America e in Afghanistan vengono riusati pezzi della flotta ATM? Gli Euro 2, per la precisione. Fra tutti, però, il mito dei “1928”, conosciuti anche come “Carrelli”, rimane insuperato.

Siamo sinceri: saranno anche gelidi d’inverno, rumorosi e bruschi nelle curve (reggersi, mi raccomando), ma sono di un bello romantico; con quei piccoli lampadari a coppa in fila sul tetto, le listarelle di legno scuro e tutti i particolari di un’epoca passata (“Non sputare dal finestrino”, dice una targhetta). Mi capita spesso di prendere la linea 12 che assieme almeno alla 23 e, fino a qualche settimana fa, alla 29/30, usa ancora il vecchio tram arancione, specialmente di sera. Quando lo vedo sbuffare verso la mia fermata, mi vien da sorridere. Avessi un cappello, abbozzerei all’autista uno sventolante cenno borghese, da lontano, come una volta.

La gloria dei “1928” era nata subito, a ridosso della loro messa in servizio, nel 1929 (quasi un secolo fa). In due anni i “1928″ si moltiplicarono di cinquecento unità, trasformandosi in attori del panorama milanese. I bombardamenti del 1943 danneggiarono solo uno di questi esemplari e il risultato contribuì a rafforzarne fama e longevità. D’altronde fin dal loro esordio a fine Ottocento i tram avevano conquistato posto nel cuore dei milanesi: piazza Duomo era proprio il punto di smistamento dei mezzi, grazie al suo “Carosello” di rotaie, da cui passavano i tram (e persino i cavalli, sino al 1893, anno del primo mezzo elettrico), affollatissimi. Con l’aggiunta di filobus (1933), autobus a gas (1939) e infine con la diffusione di corse in Circonvallazione Esterna, negli anni Cinquanta e Sessanta, il sistema dei trasporti pubblici milanesi assunse di fatto un ruolo istituzionale nel tessuto urbano.

Di recente ATM ha concesso per un paio di giorni la possibilità di visitare liberamente quattro dei suoi depositi (Molise, Messina, Teodosio, San Donato). Quello di viale Messina è il più spettacolare. Concepito dall’ingegnere Foscarini nel 1904, si tratta di un interessante esempio di architettura industriale milanese, luminoso e di respiro contemporaneo.

Qui è conservato il tram più vecchio di Milano restaurato, il tram Carminati e Torelli, del biennio 1922-1924. 75 posti, di un giallo pallido, con gli interni in legno, soffitto incluso, vetri satinati, tapparelle antisole e rifiniture ricercate. Mentre lo perlustravo, si è seduto accanto a me un signore che su quel tram aveva viaggiato da bimbo. Mi ha parlato del bigliettaio che vigilava dal suo spazio accanto ai passeggeri e di quando, di tanto in tanto, l’autista chiedeva a tutti i presenti in tram di scendere e dare una mano a spingere, quando le giunture facevano i capricci.

A chi cerca, Milano trova sempre modi originali di raccontarsi.

Altre foto dei depositi ATM di viale Molise e viale Messina sono qui.
 

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