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Dalla torre Galfa a palazzo Citterio: personale riassunto su Macao, che parte da un anno fa

Posted on 21 maggio 2012 by Alessio Baù

Ci sarebbe molto da interrogarsi sul perché le torri siano diventate nel nostro Paese luoghi simbolo di protesta, megafono del disagio di questi anni in crisi. Negli ultimi sei mesi a Milano la parola “torre” ha sempre riportato alla mente la protesta dei lavoratori dei treni notte, arrampicati a vedetta di quel binario 21 che univa, dopo mezzanotte, nord e sud d’Italia. E prima ancora, a vedetta, su altri edifici della città, erano saliti studenti e ricercatori, contro il precariato.

Da quindici giorni è un’altra “torre” a riempire le chiacchiere dei milanesi. Difficile non notarla: prima spenta, stranamente invisibile fra le due vicine più grandi (il Pirellone e il nuovo Palazzo della Regione Lombardia), a pochi metri dalle nuove vette del quartiere Garibaldi; poi improvvisamente illuminata di blu, come un acquario o una navicella, scesi sulla stazione Centrale. Dalla bici, di sera, si riusciva a intravederla fin dalla Circonvallazione interna: un faro al neon in quella zona che solitamente, quando cala la notte, ha in fondo poco da offrire che non sia la fila dei taxi, la bella tribù degli skater, qualche amante a ore negli alberghi più brutti della città.

Di occupazione i Lavoratori dell’Arte parlano da circa undici mesi. Con divergenze, all’interno di questo gruppo, che rimane di complessa individuazione e che nel tempo di un anno ha perso la maggior parte dei suoi membri originali, degli inizi. Lo scorso luglio era stato diffuso un comunicato del gruppo (con una appendice sulla politica culturale milanese) che presentava fra i primi firmatari diversi operatori del settore che si sono nel tempo sfilati. Dei primi firmatari mi risulta ne siano rimasti cinque su quindici. Lo so perché una delle prime informali riunioni di questo gruppo è avvenuta sotto i miei occhi, appunto undici mesi fa. Sulle intenzioni, nel gruppo, i pareri erano diversi, ma una piccola parte era già schierata per una occupazione: “Dobbiamo fare come al teatro Valle”, dicevano, fra le altre cose. Ricordo allora di aver suggerito, da osservatore estraneo al progetto, di cercare piuttosto degli interlocutori, dato anche il cambio di governo della città. Ma la questione era rimasta aperta.

Col tempo la via dell’occupazione si è fatta evidentemente strada, con un primo test – lo ricordereteal Pac lo scorso dicembre. Nel frattempo assemble e incontri, che io non ho seguito, finché non ho appreso della torre blu. A occupare Macao lo scorso 5 maggio si sono presentati in un centinaio: tanti. Così scrivevano i Lavoratori dell’Arte a fine settembre, circa otto mesi prima: “Il Documento dei Lavoratori dell’Arte esprime la convinzione che sia necessario conquistare all’arte e alla cultura lo status di beni comuni e vuole rappresentare un punto di partenza per sviluppare pratiche e discussioni intorno alla necessità di costruire un nuovo welfare culturale. Per questo motivo, noi Lavoratori dell’Arte, dobbiamo cercare di esplicitare con chiarezza le condizioni di precarietà in cui ci troviamo ad operare. Specialmente laddove il termine precarietà appare ormai inflazionato, è necessario invece riconoscerne le dinamiche, l’ambivalenza, l’estensione e le forme. Del resto, in un momento in cui la crisi ha acuito la gravità delle nostre condizioni, dobbiamo partire da una diagnosi lucida per mettere in campo contromisure efficaci“. È una analisi chiara, che, sulla carta, chiede concretezza, parla di pratiche e richieste di un nuovo welfare culturale.

L’occupazione della torre Galfa, edificio di 32 piani, ex sede di una banca, chiuso da quindici anni e dal 2006 di proprietà della Fondiaria Sai di Ligresti, ha richiamato molte persone a visitare il grattacielo e a chiedersi cosa farne di tanto spazio inutilizzato ridato alla città, alla gente.

Il progetto chiamato Macao – che pre-esisteva all’occupazione e ad aprile aveva già lanciato un bando per raccogliere idee per un nuovo centro per le arti a Milano – ha creato aspettative enormi, alimentate e dalla effettiva mancanza di spazi di tal genere e dalla efficacia delle scelte comunicative di chi si è impegnato sulla torre: in primis la mistica del luogo, capace di mettere a tutti noi in testa mille idee e due grandi ali, da cui vedere, dall’alto, il futuro della città che vorremmo (“Si può anche pensare di volare”, diceva lo striscione srotolato lungo il fianco della torre) e quello che non vorremmo (lo strapotere della lobby immobiliarista, con ancora nella memoria la ferita di Isola Art Center); in secundis il battage pubblicitario, col supporto di un grande passaparola, la partecipazione di testimonial importanti, il passaggio di musicisti del calibro degli Afterhours che hanno portato lì la loro arte, il tutto rilanciato da un massiccio uso dei social media. E poi Dario Fo, le feste riuscite, quel blu lunare che faceva pensare a Berlino.

Sono nati dei tavoli di lavoro, si è iniziato a parlare di progettare dentro i primi piani di questo immenso sogno di vetro. C’è chi ha piantato i semi per fare un orto, il gesto più forte e sensato che io abbia visto nei giorni in cui sono passato a Macao, molto incuriosito da tante energie e partecipazione. È evidente a tutti che ad essere stati richiamati non sono stati solo i frequentatori dei centri sociali, ma anzi tanti altri, fotografi, designer, giornalisti, artisti, attori, architetti, studenti giovanissimi. Una spontanea corale vivacità, che si era già vista nel maggio 2011 ma che nessun pretesto, da allora, era ancora riuscito a rilanciare, coaugolare e indirizzare, in questo modo, verso uno spazio, fosse esso fisico o immateriale. Questo è quanto di buono Macao ha generato, riflesso a mio avviso di una azione eclatante e di un bisogno urbano e generazionale, più che di una visione finalizzata a proporre nuovi strumenti, nuovi obiettivi. Dove è finito il tema del nuovo welfare culturale, quali le proposte?

Macao ha occupato uno spazio privato e sapeva per questo di avere i giorni contati, o quantomeno lo sapevano gli organizzatori dell’occupazione. Ho trovato affascinante il testo del professor Ugo Mattei sul tema pubblico/privato e bene comune: da non esperto di diritto ne colgo la carica ideale ma rimango perplesso di fronte all’interpretazione del giurista. “È stato esercitato – aveva spiegato pochi giorni dopo l’occupazione il prof. Mattei, che nella diffida fa riferimento anche a una sentenza del Tribunale di Roma dell’8 febbraio 2012 – un atto di cittadinanza attiva, per rivendicare uno spazio vuoto ai fini della collettività“. A quanto aveva scritto fin da subito l’avvocato Mirko Mazzali – lui alla guida della commissione Sicurezza a Palazzo Marino, da sempre vicino alle ragioni care anche a Macao – (“Chi occupa commetterà sicuramente un reato, lo accerterà un giudice. Chi costruisce grattacieli per lasciarli vuoti in ogni caso ha sicuramente torto“, sue recenti parole su Facebook), l’amministrazione comunale però poteva fare ben poco per evitare uno sgombero: “Il Comune giuridicamente, ripeto giuridicamente non può nulla - scriveva - per evitare lo sgombero. Quindi inutile accusare il Comune se avverrà lo sgombero. Poi si vedrà“.

Il dialogo con l’amministrazione c’è stato. La proposta del Sindaco Giuliano Pisapia, che si è presentato in assemblea sotto la torre Galfa nel pomeriggio dopo lo sgombero (gli occupanti attendevano lo sgombero per giovedì mattina, le forze dell’ordine sono arrivate il martedì; dopo essere usciti, i Lavoratori dell’Arte hanno occupato via Galvani, per tre giorni), è stata sensata. Pisapia ha detto di comprendere la portata delle richieste e la potenzialità del progetto Macao, ha messo al corrente dei progetti dell’amministrazione sul tema degli spazi (il lavoro in corso da mesi per portare gli spazi inutilizzati verso un uso temporaneo per associazioni è lodevole, giusta direzione da intraprendere per costruire con una prospettiva a lungo termine: consiglio di approfondire sul sito di TempoRiuso e sul sito del Comune), ha avanzato la proposta di utilizzare gli spazi dell’ex Ansaldo, in via Tortona, come Officine per la creatività per chiunque abbia voglia di costruire progetti culturali che possano arricchire Milano. Si potrebbe dire che ha teso la mano. Gli è stato risposto, fin dai primi minuti dopo il suo intervento, che il bisogno di Macao non è quello di uno spazio e che sotto la torre Galfa si stavano sperimentando invece forme di democrazia diretta, qualcosa di nuovo e autodeterminato. Sono sincero: mi sono cadute le braccia. In seguito è arrivato il rifiuto formale di partecipare all’incontro presso l’ex Ansaldo a cui anche i rappresentanti di Macao erano stati invitati dall’assessore alla cultura Stefano Boeri, per un confronto, un ragionamento, anche assieme alle altre realtà del panorama culturale e delle associazioni di Milano. Dario Fo ha, dopo questo diniego (solo una lettera per l’ex Ansaldo, senza replica o confronto), scaricato Macao e con lui – mi pare – diversi altri cittadini.

E sulla nuova occupazione, quella di palazzo Citterio, si è espresso oggi pubblicamente su Stefano Boeri: io condivido tutto.

Credo che la parte costruens di chi in Macao ha portato mattoni e coraggio (e anche i sogni, come scrive Massimiliano Perna, e anche il miracolo – come lo ha definito Marina Petrillo – di un concerto come quello di giovedì scorso) possa portare avanti le sue istanze senza quell’autoreferenzialità che rende monco il dibattito in Macao e attorno a Macao. Il non accorgersi che dopo vent’anni la disponibilità al confronto da parte di chi amministra è cambiata credo sia sbagliato: una forzatura. Le persone che portano avanti Macao hanno la grossa responsabilità di non far passare, specie fra i tanti giovanissimi che li guardano molto coinvolti, il messaggio che comunque la politica è lontana dalle istanze di chi vuole generare idee di cambiamento e cultura. Penso che queste esigenze vadano affrontate avviando progetti concreti, con un tetto legalmente riconosciuto sulla testa, passo passo, senza per forza inaridirsi in un civismo di facciata – che è sempre un brutto rischio – ma soprattutto pensando davvero a volare. Come farlo se non ponendosi in dialogo con chi può incidere sul futuro di Milano? Bisogna provare, difficile conoscere gli esiti a priori. Si decida cosa e come.

Ha scritto bene Virginia Ricci su Vice, dopo dieci giorni di torre Galfa: “Troviamo il modo per uscire con stile da quel grattacielo, uscire per strada, trovare un altro luogo, trovare uno spazio, ma prima trovare un fine“.

In origine il fine dei Lavoratori dell’Arte c’era. Si volevano azionare contromisure efficaci “per conquistare all’arte e alla cultura lo status di beni comuni” e “per sviluppare pratiche e discussioni intorno alla necessità di costruire un nuovo welfare culturale”. Forse si deve ripartire da qui: è già una montagna da scalare. Facendo rete.

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A Cagliari tre storie di impegno. E il (mezzo) bidone della politica a RadioBici.

Posted on 16 aprile 2012 by Alessio Baù

A Cagliari, ultima tappa del mio giro sardo con RadioBici, abbiamo raccolto, fra le altre, tre testimonianze molto diverse fra loro ma altrettanto significative: danno la misura di quanto potenziale questo territorio possa esprimere, nonostante la crisi e la generale immobilità che pare caratterizzarlo quando lo si guarda dal continente. La visione dell’imprenditrice Daniela Ducato (“un oggetto è sostenibile se lo è la sua storia, la sua radice umana”), l’esperienza del capitano Roberto Masili e l’impegno giornalistico-sociale di Claudia Sarritzu e del team de L’isola dei cassintegrati li porterò tutti con me al ritorno a Milano, una boccata di ossigeno.

Da registrare, anche, il bidone della politica locale, che proprio a Cagliari ha il suo centro regionale.

Il governatore Ugo Cappellacci all’ultimo non è riuscito a ricevere RadioBici *e persino Massimo Zedda, il sindaco più giovane d’Italia, non ha avuto tempo per salire sul tandem. A Zedda volevamo chiedere cosa avrebbe fatto per i ciclisti cagliaritani: da quanto ci hanno detto gli amici di Città Ciclabile (la sezione FIAB locale) per ora, a un anno dalla nomina della nuova giunta,  a Cagliari non ci sono ancora stati investimenti o azioni concrete per favorire la ciclabilità. C’è tanto da fare!

* aggiornamento delle ore 20: alla fine anche Massimo Zedda, sindaco di Cagliari, è salito per una manciata di minuti su RadioBici. Io ero già ripartito, Maurizio no ed è riuscito a intercettarlo, fra un impegno e l’altro.

L’imprenditrice Daniela Ducato, Edilana: in nome di un Bio migliore

Il capitano Roberto Masili: a Lampedusa salvo uomini non clandestini

Claudia Sarritzu: L’isola dei cassintegrati: il blog sull’unico “reality reale”, l’Italia della crisi

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“Non mi fermo” è partito. Il mio intervento: My Res Publica

Posted on 04 marzo 2012 by Alessio Baù

Si è svolto ieri a Milano, presso il teatro della Cooperativa, il primo “Non mi fermo“, occasione di analisi e agorà per proposte politiche.

Si tratta di un format creato da Giulio Cavalli, attore, autore, attivista antimafia e consigliere regionale della Regione Lombardia, che ha deciso di renderlo itinerante e bimensile. Il prossimo agorà sarà a Bergamo.

L’appuntamento si pone l’obiettivo di raccogliere competenze diverse, su temi sensibili e vari (dall’antimafia alla cultura, dall’innovazione digitale al diritto di cittadinanza, dalla tutela dei beni comuni al lavoro), per trarne esempi e atti concreti, da studiare e anche tradurre in mozioni e proposte di legge.

Conosco Giulio fin da quando io e altri amici lo invitammo alla prima Settimana contro le mafie a Milano, nel 2009. Da allora lo seguo e apprezzo il suo costante, coraggioso, indefesso impegno, nel quale è coadiuvato da Odetta Melazzini. Quando mi ha chiesto di prendere parte al primo “Non mi fermo”, accanto a nomi come Sonia Alfano, Luigi De Magistris, Loris Mazzetti, Chiara Pracchi e molti altri autorevoli speaker, ho accettato con grande piacere. Naturalmente nei miei 7 minuti ho parlato di quello di cui mi occupo per passione e per lavoro: Internet. Ho portato alcuni esempi che ritengo esemplari nell’utilizzo della rete come strumento di miglioramento nella gestione della cosa pubblica. Qui riporto le slide che hanno accompagnato il mio speech e sotto i tweet di @nonmifermo che lo riassumono.

In pochi tweet, da @nonmifermo:

@alessiobau: la rete ci ha cambiati nel viaggiare, fare affari, informarci, relazionarci. È il modo in cui partecipiamo, agiamo #nonmifermo

@alessiobau: non siamo solo connessi, siamo connessi globalmente. Impariamo a studiare dai migliori, a copiare le buone pratiche #nonmifermo

@alessiobau: Chicago ha creato http://chicagobudget.org per decidere i tagli al bilancio 2011, raccogliendo idee: cosa tagliare? #nonmifermo

@alessiobau: il Sindaco di Chicago si è confrontato vis-à-vis con i più accesi partecipanti al progetto http://chicagobudget.org #nonmifermo

@alessiobau: Stoccolma capitale più accessibile al mondo grazie a www.stockholm.se, permette misurazione performance servizi #nonmifermo

@alessiobau: su www.stockholm.se i cittadini possono far richieste di avvio lavori attraverso un’interfaccia interattiva #nonmifermo

@alessiobau: sito del parlamento norvegese http://www.stortinget.no esempio di come una materia complessa sia stata resa accessibile #nonmifermo

@alessiobau: il sito del parlamento norvegese consente di consultare facilmente i doc degli organi interni e l’iter legislativo #nonmifermo

@alessiobau: punti chiave per una gestione cosa pubblica sensibile all’innovazione digital a) ascolto b) efficienza c) open data #nonmifermo

@alessiobau: gli open data permettono di raggiungere un obiettivo importante, dall’e-government al we government #nonmifermo

@alessiobau: piattaforme di we government hanno bisogno di dati, dati che sono già in possesso delle PA. Occorre decifrarli #nonmifermo

@alessiobau: primi segnali anche in Italia. Firenze ha lanciato portale open data. A Milano interessante bikedistrict.org #nonmifermo.

Grazie a Giulio Cavalli e al suo team per l’invito e complimenti a loro per il successo della giornata.

Da questo link potete scaricare alcuni dei materiali emersi dal confronto.

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Alemanno, la satira e il finto profilo Twitter. Cosa succede con i fake politici all’estero? (e un pensiero a #Sucate)

Posted on 04 febbraio 2012 by Alessio Baù

Per lavoro e passione osservo come aziende, giornalisti, opinionisti, istituzioni e politici dialogano nei social media.

Ieri mattina, complice l’arrivo della neve a Roma (dopo la visita milanese: qui tanto freddo, ma pochi disagi), ho seguito i tweet del canale ufficiale del Sindaco della città, Gianni Alemanno. Scorrendo la pagina l’impressione avuta da un tweet, che ho segnalato, era di una attività vivace, ma un po’ sopra le righe (Twitter non è un fax, appunto). L’emergenza neve ha poi preso il sopravvento, e #nevearoma è diventato l’argomento più discusso del giorno sulla piattaforma. Dino Amenduni ha scoperto che la fonte di molti di questi tweet a tema, almeno inizialmente, era univoca, e ha ipotizzato uno scenario che andava ben oltre i risvolti meteorologici e ne svelava di politici. Con lui anche Tommaso Labate. C’è, infine, stata una smentita dei diretti interessati, che hanno sostenuto di essere stati, a loro volta, vittime di un’operazione progettata da altre persone, come a screditare la comunicazione social del Sindaco. Andatevi a leggere i dettagli.

Non voglio però soffermarmi qui: verranno fatte le opportune verifiche. Non mi soffermo neanche sul profilo @aledanno, creato ieri pomeriggio per rilanciare, molto chiaramente e senza filtri, tweet critici contro il Sindaco di Roma. O sulla diffusione di questo video.

Il vero caso che mi ha colpito e che sono sicuro farà discutere, è stata però la nascita, nella tarda serata di ieri di un account “finto”, un “fake” in piena regola, a tema Alemanno: questo https://twitter.com/#!/AIemannoTW. A volte basta una sola lettera di differenza (“I”) per generare molto chiasso.

Oppure basta una svista: #Sucate, vi dice niente? Come sapete durante la campagna elettorale milanese 2011 ho fatto parte dello staff digital di Giuliano Pisapia, vivendo da vicinissimo l’esplosione di quel fenomeno, che seguiva quasi a ruota quello dei #MorattiQuotes (al tempo noi dello staff ci eravamo talmente divertiti che ci eravamo fatti persino le t-shirt a tema). L’uno oggi e l’altro ieri sono casi diversi, ma li lega la medesima natura di libera presa in giro del potere. Satira. Satira collettiva. Il profilo “fake” di Alemanno ha infatti prodotto tweet palesemente satirici. Il mio preferito: “Invito i cittadini romani in difficoltà a segnalare la loro posizione rispondendo a questo Twitter. Per cortesia spargete la voce. E il sale“.

A cadere nel tranello è stata anche la conduttrice Rita Dalla Chiesa, che nel pomeriggio aveva twittato all’account (vero) del Sindaco le sue considerazioni critiche sulla gestione del problema neve. Poi, a provocarla, a un certo punto, è arrivato il tweet dell’Alemanno “fake”: “EMERGENZA NEVE: PREGHEREI @ER_PALETTA DI SGOMBRARE IL VIALETTO DI @ritadallachiesa PER CORTESIA“.

Di qui, una querelle quasi surreale fra la conduttrice e il falso Sindaco. Anche Repubblica Roma ci è cascata, così come molti lettori del feed della conduttrice.

Per chi ha osservato il susseguirsi degli eventi, da fuori, la cosa è stata perfidamente spassosa, spuntata, ancora una volta, da un’idea discussa ore prima su Friendfeed (l’utente originario, se volete, cercatelo: non è quello il punto). Insomma: quasi un #Sucate 2, il ritorno.

Il Sindaco di Roma e il suo staff, però, non hanno affatto gradito. Anzi. All’una e due minuti hanno scritto: “#romaneve #neveroma – dopo i finti fans ora il finto Alemanno CRETINI – partita denuncia – @AIemannoTW“, a cui hanno fatto seguire un tweet con un allarmato comunicato ufficiale sulla Pagina Facebook del Sindaco. Insomma, è stata annunciata una denuncia per chi ha ordito le trame.

Mi domando: ha davvero senso arrivare a tanto?

Mi sono risposto riportando alla mente alcuni casi non italiani. Secondo me qui c’è da imparare.

Cito il mio preferito. Rahm Emanuel, ex capo di Gabinetto di Obama alla Casa Bianca, è, dallo scorso anno, il Sindaco di Chicago. Prima della sua proclamazione, accanto al suo canale Twitter ufficiale, per tutta la durata della campagna elettorale, Emanuel ne ha visto esistere uno fake che gli faceva letteralmente il verso, storpiando o volgarizzando le sue dichiarazioni o inventandosele di sana pianta, con parecchia fantasia. Il canale era persino più seguito di quello suo ufficiale. Rahm Emanuel reagì proponendo, a una settimana dalle elezioni, in diretta radio, all’autore del canale, di farsi vivo e rivelare la sua identità appena passate le elezioni, promettendogli, se lo avesse fatto, di donare 5000 dollari a una causa di beneficenza scelta dallo stesso autore. Alla domanda del giornalista sull’argomento usò queste testuali parole:

Are you kidding? This guy — or gal, whoever writes — has done a huge following and a lot of people say I just read your tweet and I say huh?”. Trovate tutto l’articolo qui. Touché. E alla fine l’autore rivelò la sua identità su The Atlantic.

Fra gli altri casi di “fake” eccellenti, segnalo anche il primo ministro inglese David Cameron, in versione cattivo cattivo ragazzo: https://twitter.com/EtonOldBoys. C’è anche un finto Nichi Vendola, per la cronaca: https://twitter.com/#!/nikivendola. “K” al posto di “ch”. E “un ricordo commosso a Don Verzè“.

Su questa vicenda del fake di Alemanno e della reazione del diretto interessato e del suo staff si innestano diversi livelli di riflessione: sulla legittimità di utilizzare i nomi, pur storpiati, di altri soggetti in rete; sull’opportunità o meno della presenza di certi politici nei social media; sulla maturità della società e della classe politica italiana nei confronti della satira. Comunicativamente, a mio avviso, una risposta c’è già: difficilmente questa reazione di Alemanno piacerà o disinnescherà il fenomeno del cattivo passa parola sul Sindaco o sul problema neve.

Lo scorso settembre ho incontrato a Oslo uno dei papà di Personal Democracy Forum, il prof Andrew Rasiej. Quando gli ho raccontato dell’esperienza fatta con Pisapia mi ha detto: “Digli di creare subito un account fake che lo prenda in giro. Meglio che lo faccia lui, prima che lo faccia qualcun’altro…“.

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Update: segnalo anche le riflessioni di Luca Perugini e Matteo Castellani Tarabini.

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Caldissimo dibattito sulla commissione antimafia a Milano. Quale futuro?

Posted on 09 settembre 2011 by Alessio Baù

Nonostante la Vogue Night, che ha intasato il centro di automobilisti in colonna (amici concittadini, tirate fuori le biciclette dalle cantine: niente di più alla moda), ieri sera al dibattito organizzato sulla commissione antimafia milanese c’era il tutto esaurito. Questa Milano che con costanza, in un crescendo partito dalla scorsa primavera arancione, partecipa, discute, litiga, si indigna, c’è, riprende, risponde, su tematiche civiche e di interesse pubblico è meravigliosa. Da quando vivo qui (cinque anni) ho sempre partecipato, a volte da spettatore, a volte da volontario organizzatore, a volte da professionista alla vita associativa e attiva della Milano civica: ma mai come in questi mesi la partecipazione è stata così diffusa, spontanea, prima positiva e sognante, ora più grintosa e realistica, in qualche caso arrabbiata (persino molto) perché le aspettative sono alle stelle e le risposte non sono sempre al passo, nonostante l’arrugginito dibattito politico sia ripartito e ci siano tante buone idee in circolo e tante brave persone al lavoro. Il vento è cambiato e ora bisogna continuare a farlo soffiare, per rimanere in questa metafora che non smette di piacermi.

Organizzato dalla redazione di Stampo Antimafioso,  in collaborazione con Le Girandole e Qui Milano Libera, l’incontro – a cui ho partecipato a titolo personale, nulla c’entra col lavoro che ho svolto durante la campagna elettorale per conto del comitato Pisapia – verteva dunque sulla prossima commissione antimafia milanese, promessa dal nuovo Sindaco, tema centrale nei mesi a venire di governo locale e, in prospettiva, elemento vitale per lo sviluppo di un futuro urbano più sano, meno sporco e di mafie e di quella corruzione politico-imprenditoriale che sta scuotendo la Lombardia anche in queste ore.

La mia impressione, derivata dal complesso delle voci provenienti dalla nuova maggioranza di Palazzo Marino che si sono ascoltate, è che ci sia ancora un ampio margine di lavoro da fare per capire che direzione dare a questo prezioso progetto.

La commissione dovrebbe – questo il parere mio e di tanti dei presenti, di tutte le età – essere a componente mista, riprendere il modello che strutturò la commissione Smuraglia di inizio anni Novanta, che registrò successi e firmò documenti importanti di supporto al buon governo. Quindi “sì” alla presenza di consiglieri comunali (4? 5? 6?), “sì” alla presenza di eminenti esperti esterni, “sì” a ruoli chiave affidati a persone competenti. Della commissione Smuraglia faceva parte anche Nando Dalla Chiesa. Il professore era fra gli ospiti della serata e ha scandito con molta chiarezza (e amarezza, a un certo punto, anzi: “disperazione”) la vitale necessità di una commissione che rimandi a quel modello; modello che ha permesso – per dare un’idea – che non si votasse praticamente mai per alzata di mano, in quanto concepito per essere strumento di lavoro indipendente, di alto profilo intellettuale, quasi accademico, d’eccellenza, fuori dalle logiche più strettamente politiche, su di un tema in cui improvvisare era ed è assolutamente dannoso e controproducente. Che si tratti di una commissione speciale lo sa anche la maggioranza del nuovo Sindaco, la quale infatti non ha nominato questa commissione assieme a tutte le altre ma l’ha rimandata per garantire una riflessione più approfondita. Continue Reading

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“A questa città serve il racconto”. Nichi Vendola a Milano per Giuliano Pisapia: cinque punti del suo discorso

Posted on 07 novembre 2010 by Alessio Baù

“Giuliano, dimmi la prima frase”.

È cominciato con un ricordo affettuoso di Giuliano Pisapia per Nichi Vendola l’incontro di ieri sera al teatro Dal Verme fra il candidato alle primarie del centro sinistra milanese e il leader della nuova Puglia.

Erano, quelli, i tempi in cui i due condividevano i banchi in Parlamento, e la discrezione dell’odierno leader di “Sinistra e Libertà” aveva bisogno di un piccolo incoraggiamento iniziale, per spargere al microfono parole e idee.

Oggi Nichi Vendola è un sognatore sul tetto della politica italiana.

La discrezione, la cura nel suo modo di porsi c’è sempre, ma quella sorta di timidezza è diventata uno strumento di comunicazione accessibile, potente ed emozionante. Ieri sera – a fianco Pisapia e un accesissimo Gad Lerner – ha conquistato la sinistra milanese (“Left Pride”, l’ha giustamente chiamato Mario Portanova oggi sul “Fatto Quotidiano”): circa duemila persone si sono assiepate dentro al teatro (con code cominciate intorno alle 18, fra lo stupore dichiarato dagli organizzatori), e almeno altre mille o più sono rimaste fuori, tutte lì ad aspettare, soprattutto, le sue parole. Parole che narrano “situazioni di cambiamento”, citando Pisapia.

Quello che Milano ha smarrito, secondo Nichi Vendola, è “il suo racconto”, in particolare il “racconto sociale. Percepita da sempre, dai pugliesi, come “laboratorio di modernità, modernità che era efficenza e accoglienza”, la città si è poi trasformata, nei vent’anni di amministrazione a destra: “Ho visto Milano progressivamente rintanarsi – ha spiegato – l’ho vista spezzarsi con barriere sociali, culturali e architettoniche, che si sono intrecciate e l’hanno resa una città con troppe periferie non comunicanti e discariche sociali”. E ancora, ha denunciato una crescente inefficienza: “Se avessimo combinato noi al Sud un pasticcio come quello dell’Expo, ci avrebbero crocifisso”.

Secondo Vendola occorre ripristinare una visione, democratica, solidale e riformista, che nel passato ha dimostrato di far parte del dna milanese. L’amico candidato è l’uomo giusto: “Quella di Pisapia è una storia limpida. Lui non ha bisogno di inventare un pedigree elettorale”. E la sinistra milanese, ieri sera, sembrava tutta d’accordo con lui, premiato con più di una standing ovation. La sfida con l’architetto Stefano Boeri è più che mai aperta.

Ho scelto cinque brevi spunti, estrapolati e riassunti dal discorso di Nichi Vendola (che potete rivedere integralmente online), da condividere qui; cinque appunti che io per primo ho racchiuso nella memoria.

1) L’ELEGANZA DEL LINGUAGGIO

“Al posto della cultura della semplificazione bisogna ricostruire l’eleganza del linguaggio, contro un plebeismo piccolo borghese che segna il nostro vocabolario”

2) LA PAROLA LIBERTA’

“La sconfitta della sinistra non è elettorale, è culturale: Berlusconi si è inserito nell’Italia di mucillagine, lui ha vinto nel disconnettere la parola libertà dal sapere e dal lavoro, facendoci balenare un’idea di libertà che vive tutta nei circoli commerciali”

3) L’EPIFANIA DELL’OMBELICO

“Abbiamo perso anche sul piano onirico: i sogni e gli incubi sono mutati. I sogni di oggi sono dentro un circuito di epifania dell’ombelico. Ruby, lo dico con dolore, è una dissipazione di umanità”

4) SINISTRA SENZA AGGETTIVI

“Voglio essere rappresentante di una sinistra senza aggettivi. Sinistra. E punto”.

5) AMARE LE CITTA’

“Ho conservato una modalità di amare le città che è molto infantile: provo delle nostalgie struggenti per le città del mondo che amo. Desiderei tornare a Milano e riprovare lo stesso batticuore che ho provato quando avevo dieci anni”.

A me il batticuore, da milanese adottato, questa città non ha mai smesso di darlo, nonostante tutto. Chissà che non possa stupirmi ancora di più, nel prossimo futuro.

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